Archivio per agosto 2008

Gravidanza e Diabete

Questa settimana tratteremo di GRAVIDANZA e DIABETE con il dott. Francesco Picciotto, dirigente medico di  Ostetricia e Ginecologia e medico esperto di Medicina Prenatale, presso l’Azienda Ospedaliera “V. Cervello” di Palermo, nostro Ospite in GALENOsalute.

La gravidanza della donna diabetica è considerata una gravidanza a rischio, tuttavia essa può svolgersi senza alcun problema, a condizione che l’equilibrio glicemico sia il più perfetto possibile, sia al momento del concepimento, sia durante la gestazione. Saranno indispensabili quindi una sorveglianza rigorosa della glicemia, e un contatto regolare con il medico.

Durante la gravidanza, l’organismo della madre subisce profonde modificazioni. La placenta secerne in particolare un ormone, l’ormone lattogeno placentare (HPL), che aumenta l’insulino-resistenza. L’insulina agisce come una chiave che può aprire una porta sulla superficie di una cellula. Quando mangiamo, il pancreas rilascia insulina, che attaccandosi al recettore dell’insulina presente sulla superficie delle cellule consente l’ingresso di glucosio (zucchero). E’ così che avviene il consumo efficiente di glucosio all’interno delle cellule. In termini semplici, la resistenza insulinica è la condizione che risulta quando alcuni fattori provocano una diminuzione del numero di recettori dell’insulina sulla cellula. Il termine iperinsulinemia indica la causa della resistenza insulinica (insieme all’insulinoma, un tumore del pancreas) e riguarda livelli patologicamente elevati di insulina nel sangue. Non è una malattia ma è anzi indice di un problema sottostante che costringe il pancreas a rilasciare troppa insulina. I fattori di rischio comprendono la storia familiare di resistenza insulinica, l’assenza di attività fisica, l’obesità e la sindrome da ovaio policistico (PCOS). L’iperinsulinemia si può manifestare con livelli eccessivamente bassi di zucchero nel sangue (ipoglicemia), con sudorazione, stanchezza ingiustificata, debolezza, confusione mentale. È spesso associata al diabete di tipo 2. Quando il numero di recettori dell’insulina è insufficiente, il glucosio non può entrare correttamente nella cellula e resta perciò nel flusso sanguigno, provocando spesso livelli molto elevati di zucchero circolante. Quando ciò avviene, il glucosio viene inviato al fegato, dove viene convertito in grasso che verrà poi immagazzinato in tutto il corpo. Si stima che la persona normale, sana e magra abbia 20.000 recettori di insulina in ogni cellula, mentre la persona soprappeso o obesa ne ha solo 5.000. In quest’ultimo caso, la possibilità di questo soggetto di perdere peso è gravemente compromessa. I meccanismi per i quali la resistenza insulinica contribuisce all’aumento o al mantenimento del peso corporeo sono in generale i seguenti: l’organismo converte meno glucosio in energia, e immagazzina quantità maggiori di grasso come riserva; poiché il corpo non converte correttamente il cibo in energia, la richiesta di cibo aumenta, spingendo il soggetto a mangiare troppo; la stanchezza aumenta perché l’organismo combatte per mantenere intatte le sue riserve di energia; man mano che peso e resistenza insulinica aumentano, l’organismo perde progressivamente la capacità di metabolizzare correttamente il cibo, provocando un ulteriore aumento di peso. Alla resistenza insulinica è collegata la perturbazione di molte altre funzioni, che può provocare malattie come la sindrome metabolica, la PCOS, il diabete, e le malattie cardiovascolari.

L’insulino-resistenza si può calcolare: è data dal prodotto della glicemia in mmol/L (si ottiene moltiplicando la glicemia in mg% x 0,0555) per l’insulinemia (in mcU/mL) e dividendo il risultato per 22. [valori normali 2.7 +/- 0.1 ]. Insulino-resistenza maggiore di  2,8 e minore di 4,5; al di sopra si parla già di intolleranza al glucosio (l’anticamera del diabete)

Questo ormone viene prodotto a partire dalla quinta settimana, e in quantità sempre più importanti durante il nono mese di gestazione. Nella donna non diabetica, il pancreas si adatta e la secrezione di insulina aumenta con il procedere della gravidanza. In alcune donne, questo adattamento è insufficiente e si arriva al diabete gestazionale, che spesso scompare dopo il parto. Nella donna diabetica, i disturbi tendono ad aggravarsi con la gravidanza e si produce uno spontaneo accrescimento dello squilibrio glicemico. Se la donna diabetica non modifica le sue abitudini e il suo trattamento rischia di incorrere in tutti i disturbi legati al diabete mal compensato (ipertensione, ipoglicemia, danno alle arterie…), ma soprattutto, sottopone il feto a rischi importanti:

– al momento del concepimento e durante il primo trimestre di gravidanza, lo squilibrio della glicemia può essere all’origine di malformazioni (chiusura incompleta del tubo neurale, cardiopatia congenita, disgenesia ossea…);

– durante il secondo trimestre, i rischi sono la macrosomia (feto troppo grosso) o l’idramnios (eccesso di liquido amniotico) che rendono il parto difficile o pericoloso;

– durante il terzo trimestre, lo squilibrio ritarda la maturazione dei polmoni del feto, e soprattutto, il bambino rischia l’ipoglicemia alla nascita.

In letteratura sono riportati casi  di morte in utero, le cui cause non sono necessariamente ben determinate. È quindi importantissimo raggiungere un equilibrio ottimale del diabete.

Una gravidanza programmata | Per prevenire le malformazioni è ideale avere una glicemia equilibrata almeno tre mesi prima del concepimento, e un’emoglobina glicata normale al momento del concepimento. Bisogna perciò programmare la gravidanza con il medico, con il quale si potranno discutere tutti gli aspetti della gravidanza e al quale si potranno porre tutte le domande che si ritengono necessarie, fino a fugare qualunque ombra. Come per qualsiasi caso di diabete, l’equilibrio è basato soprattutto sull’alimentazione, gli apporti calorici sono nella norma, ma l’apporto dei glucidi deve essere assolutamente regolare, pasto dopo pasto.

Sarà inoltre probabilmente necessario rivedere il piano terapeutico:

– nel caso del diabete del tipo 2 trattato con antidiabetici orali, questi vanno sospesi prima del concepimento, se possibile, o altrimenti non appena la gravidanza è confermata. Il passaggio all’insulina si impone;

– nel caso del diabete del tipo 1, la donna è già sotto insulina e conosce bene il trattamento. Probabilmente si renderà necessario modificare il dosaggio abituale, e aumentarlo progressivamente fino al parto.

In linea generale, il trattamento consiste di più iniezioni quotidiane di insulina, sostituite nel caso dalla pompa, per esempio nel caso di ipoglicemie notturne e di iperglicemie alla fine della notte. È richiesta l’automisurazione quotidiana della glicemia. Sarà inoltre indispensabile controllare gli occhi e la funzione renale, i primi con un esame oftalmologico ogni trimestre di gravidanza, la seconda controllando regolarmente la pressione e i parametri renali (microalbuminuria, creatinina).

Parto sotto controllo |Naturalmente, il monitoraggio della glicemia è costante durante il parto, così come quello del bambino alla nascita. In seguito, il dosaggio di insulina sarà diminuito, dato che con l’espulsione della placenta cessa la produzione dell’ormone lattogeno placentare. Tuttavia, il ritorno alla normalità non è istantaneo, e il diabete potrà rimanere instabile per qualche settimana. Le donne sottoposte ad antidiabetici orali potranno ricominciare la terapia subito dopo il parto, salvo in caso di allattamento. In questo caso, la terapia sarà sospesa fino allo svezzamento del bambino. L’allattamento sotto insulina non pone invece alcun particolare problema.

Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.

Dott. Carlo Cottone, Manager GALENOsalute e medico specialista in Medicina Interna

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Tumore utero: speranze da vaccino

Il cancro all’utero colpisce circa 500mila donne l’anno nel mondo e l’80% dei 250mila decessi riguarda donne dei Paesi in via di sviluppo.La situazione potrebbe ora cambiare grazie agli sviluppi raggiunti con il vaccino contro il Papillomavirus umano e ai nuovi metodi di depistaggio, afferma uno studio presentato a Ginevra al Congresso mondiale sul cancro. E Xavier Bosch, dell’Istituto di oncologia di Barcellona, ha sottolineato la necessita di rendere accessibili i prezzi di questi vaccini.

Fonte ANSA – GINEVRA, 28 agosto 2008

La cardiotocografia

La cardiotocografia, uno dei parametri fondamentali del Profilo Biofisico Fetale, registra la frequenza cardiaca del feto e le sue variazioni, rispetto alla linea di base, in relazione all’attività contrattile dell’utero considerata come parametro di valutazione del benessere fetale. Il battito cardiaco fetale viene solitamente rilevato con tecnica Doppler, posizionando una sonda a ultrasuoni sull’addome materno in corrispondenza della schiena fetale, il più possibile vicino alla zona dove si trova il cuore. Il tracciato corrispondente compare nella parte superiore della striscia di carta. È possibile anche, fissando un elettrodo sull’estremità cefalica, ottenere la rilevazione dell’attività elettrica del cuore fetale e, tramite un’elaborazione elettronica, trasformarla in una registrazione della frequenza. Quest’ultima metodica, chiamata elettrocardiografia fetale, si può usare solo durante il travaglio di parto e quando le membrane sono rotte.


Le variazioni di consistenza della parete uterina (contrazione e rilasciamento) sono registrate con una sonda meccanica posta sul fondo uterino (in alto), che rileva il tono del miometrio, la muscolatura dell’utero, e registrate graficamente sulla parte inferiore della striscia di carta.

Il cardiotocografo consente così di ottenere 2 tracciati, registrati contemporaneamente sulla stessa striscia di carta, uno sopra l’altro, relativi alle variazioni della frequenza cardiaca del feto (FCF) e all’attività contrattile uterina.

L’esame cardiotografico serve a monitorare il benessere fetale e, particolarmente, a evidenziare una sofferenza fetale acuta. La registrazione ha una durata di circa 20 minuti, può essere ripetuta una seconda volta nei casi dubbi e anche per lunghi periodi durante il travaglio di parto.

Ancora cause genetiche per il tumore del colon-retto

Raddoppiano le cause genetiche coinvolte nella comparsa del tumore del colon-retto. E’ quanto spiega uno studio pubblicato su Science. I geni finora noti per contribuire a scatenare la malattia riuscivano a spiegare meno del 5% dei casi, ma la ricerca della Northwestern University ha scoperto nuovi geni coinvolti in questa forma di tumore, portando il contributo della componente genetica al 10%-20%. Maggior responsabile del tumore del colon-retto finora noto, il tratto genetico Tgfbr1 Ase.

fonte ANSA del 14.08.08

16 mila coppie italiane all’estero grazie a legge 40

Oggi, grazie alla legge 40, almeno 15-16 mila coppie, con problemi di fertilità, si rivolgono all’estero con una spesa media di 8 mila euro per ciclo: sono ben il 54% delle coppie che emigrano per avere un bambino a farlo proprio nel periodo estivo. A registrare il ‘boom’ del turismo procreativo rispetto al calo del turismo estivo, e’ uno studio del ‘Centro Artes’ di Torino, attivo dal 1982 nella diagnosi e nel trattamento della sterilità.

Dallo studio emerge che, per bypassare i divieti imposti dalla legge 40/2004, il congelamento degli embrioni, la fecondazione di un numero non limitato di ovociti in coltura, la fecondazione eterologa e la diagnosi preimpianto, nel 2006 “il turismo procreativo e’ cresciuto del 200%“. E se prima dell’approvazione della legge 40, “le coppie ‘in fuga’ erano 1.066, nel 2006 sono quadruplicate a 4.173, ed il trend all’aumento e’ rimasto evidente – dice lo studio – anche nel 2007“.

Le coppie italiane insomma scappano all’estero: “e’ proprio in estate che i problemi di fertilità diventano più acuti – spiega Alessandro Di Gregorio, direttore del Centro – perchè si tratta dell’unico periodo dell’anno in cui possono allontanarsi dal lavoro senza problemi ed in molti casi rinunciando alle vacanze e pagando il loro viaggio a caro prezzo“. E della legge 40 si occuperà il primo luglio l’intergruppo parlamentare ‘Coscioni-Welby’ con giuristi, professori, tecnici e parlamentari.

Sono preoccupanti questi dati sul turismo procreativo“, precisa De Gregorio ma “sono l’inevitabile epilogo di una situazione degenerata alla base: la legge 40 blocca di fatto lo sviluppo della medicina e impedisce alle coppie che trovano difficoltà nel concepimento di sognare, di sperare ancora“. Ecco perchè emigrano all’estero, spendendo molti soldi e rischiando anche di finire in centri poco professionali. Ma dove vanno le coppie italiane a ‘curare’ la sterilità per avere il loro figlio? La meta preferita e’ la Spagna – rende noto lo studio – “dove e’ attivo un fiorente mercato di gameti a pagamento: le coppie italiane che vi si recano sono passate da 60 a 1.365“. Alto gradimento poi per la Svizzera, scelta dal 32% delle coppie italiane per la vicinanza e il mito intramontabile delle cliniche elvetiche. Chi si affida a metodiche ‘low cost’, opta sempre più spesso per i Paesi dell’Europa dell’Est: nella Repubblica Ceca l’affluenza degli italiani e’ aumentata da 22 a 500 coppie. Il 10% degli aspiranti genitori si dirige poi in Slovenia, soprattutto dalla vicina area di Trieste. Segue quindi la Grecia: a Salonicco le coppie italiane, assenti prima della legge 40, ora rappresentano il 12% del totale. Piace anche la Turchia che permette la diagnosi preimpianto: ad Istanbul le coppie italiane arrivano al 20% del totale. E si segnalano pure coppie italiane a Cipro. Non da meno l’Austria con un +20% di italiani; la Francia ed in particolare Nizza dove il numero di coppie italiane e’ fisso intorno al 5%; il Belgio, dove le coppie che si sono recate a Bruxelles sono passate da 204 prima della legge 40 a 775 dopo.

fonte AGI Salute – 30/06/2008

Colpa del DNA se i bambini non imparano dagli errori?

Dove ho sbagliato?’, si chiedono sconsolati i genitori quando il figlioletto li fa disperare perché non apprende. Secondo una ricerca del Centro di sviluppo infantile dell’Università di Harvard, non sempre la responsabilità è di mamma e papà. Potrebbe essere semplicemente una questione di Dna.  “Circa il 30% dei bambini – afferma Jack Shonkoff, direttore del Center on the Developing Child dell’università di Harvard – presenta delle disfunzioni genetiche”. Un “glitch”, cioé un difetto del Dna, provocherebbe, secondo il professore, un calo dei recettori di dopamina a livello cerebrale. Questi recettori agiscono come porte d’accesso per le sostanze chimiche che attivano i neuroni. La mancanza di questo tipo di recettori rende incapaci di evitare comportamenti autodistruttivi come l’assunzione di droghe, per esempio. I ragazzi in cui scarseggiano i recettori della dopamina, quindi, non sono in grado di imparare dai loro stessi errori. E’ inutile, riporta lo studioso su Newsweek, che i genitori li lascino stare alzati la notte prima di un esame, perché anche dopo la prova deludente del giorno dopo, non andranno mai a letto presto. Questo non significa, comunque, che i bambini meno docili non imparino nel migliore dei modo le lezioni dei genitori. Anzi, si dimostrano spesso più intraprendenti di quelli docili, imparando a conoscere persone e situazioni nuove, ha spiegato Jay Belsky dell’Università Birbeck di Londra. Il bambino docile che impara a non leggere di notte per svegliarsi “fresco” il mattino, forse non svilupperà mai un grande amore per i libri. Stefano Vicari, neuropsichiatra all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, conferma l’importanza dello studio. “Queste ricerche sono utili – ha dichiarato – perché fanno capire la base biologica di disturbi infantili come l’iperattività o altri disturbi specifici dell’apprendimento (memoria, concentrazione). Soprattutto in Italia, ci sono ancora molte persone che negano la presenza di questi disturbi o li ritengono psicologici, mentre, invece, sono genetici. Quindi non si possono colpevolizzare i bambini o i genitori, che non hanno nessuna responsabilità”. “Esistono infatti – ha spiegato Vicari – cure farmacologiche per curare i disturbi della concentrazione. Il metilfenidato, per esempio, agisce sui circuiti neuronali potenziandoli”. I neuroni dei bambini che hanno meno recettori dopaminici liberano la stessa quantità di dopamina degli altri bambini, puntualizza Vicari, ma a loro mancano le “porte d’accesso” alla dopamina. Insomma, la dopamina è la “chiave”, il recettore è la “serratura”. Solo se il neurotrasmettitore (la dopamina) si inserisce nel recettore, è possibile il passaggio dell’informazione tra i neuroni, altrimenti si ha un ‘black-out’ del sistema dopaminergico. Molti disturbi infantili, come l’iperattività, si spiegano proprio con un cattivo funzionamento del circuito. E’ normale – ha aggiunto il professore – che i bambini con meno recettori perdano la memoria implicita (quella che permette di imparare dall’esperienza). Questo tipo di memoria, infatti, é legata fortemente alla presenza di dopamina.

Cellule potenziate contro l’Artrite Reumatoide

Tra 5 anni potrebbe essere disponibile una cura innovativa contro l’artrite reumatoide, una patologia che fa soffrire milioni di persone. Lo prevedono scienziati inglesi dell’universita’ di Newcastle. Nel trattamento, globuli bianchi verrebbero prelevati dal paziente, trattati, e iniettati nel punto colpito dalla malattia. E basterebbe, dicono, una sola iniezione. Secondo la stampa britannica i ricercatori si apprestano a sperimentarlo su volontari che soffrono di artrite reumatoide.


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