Archivio per febbraio 2010

L’olio di pesce aiuta a prevenire la schizofrenia?

Assumere una pillola al giorno di olio di pesce: questa la ricetta, completamente naturale, per evitare lo sviluppo delle malattie mentali nelle persone ad alto rischio. Lo ha scoperto un trial condotto da un’equipe internazionale: una cura a base di supplementi di olio di pesce si e’ rivelata altrettanto efficace dei farmaci e ha ridotto di un quarto l’incidenza delle malattie psicotiche come la schizofrenia. Secondo i ricercatori, sono in particolare gli acidi grassi omega-3 che si trovano nell’olio di pesce ad essere benefici per il cervello (già se ne conoscono i benefici per il cuore). “La scoperta che una cura con una sostanza naturale possa prevenire, o almeno ritardare, la comparsa di una malattia psicotica ci lascia sperare che possano esistere alternative ai farmaci” sottolineano i ricercatori sugli Archives of General Psychiatry. I farmaci antipsicotici sono infatti molto potenti e possono avere gravi effetti collaterali, tanto che alcune persone evitano di prenderli pur avendone bisogno. I supplementi di olio di pesce, invece, sono in genere ben tollerati e facili da assumere, notano gli scienziati. L’equipe internazionale (di Austria, Australia e Svizzera) ha sperimentato questo trattamento su 81 persone valutate “ad alto rischio” di sviluppare una psicosi. La valutazione era legata a una forte storia familiare di schizofrenia, o malattie simili, o al fatto che queste persone già mostravano lievi sintomi di tali patologie. Per il test, metà dei soggetti hanno assunto supplementi di olio di pesce (1,2 grammi di acidi grassi omega-3) per 12 settimane, mentre gli altri hanno preso solo un placebo. Nessuno dei due gruppi sapeva che cosa stava assumendo, se la pillola inattiva o il vero supplemento. Gli studiosi, coordinati dal dottor Paul Amminger della University of Melbourne in Australia, hanno seguito i due gruppi per un anno per vedere quanti, eventualmente, si ammalavano. I risultati sono stati sorprendenti: solo due persone tra quelle che hanno assunto l’olio di pesce hanno sviluppato una malattia psicotica, contro 11 nel gruppo che prendeva il placebo. Questi dati portano gli scienziati a concludere che, assumendo i supplementi, verrebbe protetto un adulto ogni quattro a rischio di malattie psicotiche. La spiegazione sarebbe nella presenza degli acidi grassi omega-3 che sono una componente fondamentale delle cellule cerebrali. Sono importanti anche per il corretto funzionamento di due segnali chimici del cervello, la dopamina e la serotonina, che sembrano implicati nella schizofrenia. L’olio di pesce aumenta anche i livelli di glutatione, un antiossidante che protegge il cervello dallo stress ossidativo. I risultati della ricerca sono stati salutati positivamente dalla comunità medica: se gli oli di pesce sono efficaci, si possono evitare i farmaci antipsicotici, che comportano problemi di varia natura, dall’aumento di peso alle disfunzioni sessuali, mentre gli acidi grassi omega-3 sono benefici per la salute generale. Nuove ricerche dovranno provare che gli effetti dei supplementi perdurano nel lungo termine.

Fonte AGIsalute

Obesi per colpa di un pezzetto di Dna mancante

Un raro difetto genetico, la ‘cancellatura’ di un pezzetto del Dna, sembra all’origine di una forma di obesità. Lo suggerisce uno studio britannico, pubblicato su ‘Nature‘ da Robin Walters dell’Imperial College di Londra. La cancellatura della chilobase 593 sul cromosoma 16, notata inizialmente in un piccolo gruppo di soggetti obesi, dopo uno studio più ampio su 16 mila persone sembra essere responsabile di circa lo 0,7% dei casi di obesità patologica. Sono numerosi i polimorfismi di un cingolo nucleotide (Snps) collegati in passato con la tendenza ad accumulare chili di troppo. Ma questi tengono conto solo di una piccola frazione dei componenti ereditari noti. Questo studio, oltre a mettere il luce il ruolo della mini-cancellatura nel Dna, evidenzia l’importanza di ricerche e follow-up su vasta scala per identificare caratteristiche genetiche all’origine dei casi ereditari di obesità. 

Fonte Adnkronos Salute

Fecondazione assistita, bimbi a rischio obesità e diabete

Secondo una ricerca pubblicata su Human Molecular Genetics journal, il Dna dei piccoli concepiti con la Fivet, la fecondazione in vitro, presenta alcune particolarità ed è proprio questo che li rende più vulnerabili quando crescono. Arriva dagli Stati Uniti la notizia che un bambino venuto al mondo grazie alla fecondazione assistita avrebbe più possibilità di ammalarsi di diabete o di diventare obeso rispetto a un piccolo nato in modo naturale. La ricerca è stata realizzata dalla Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti, e pubblicata su Human Molecular Genetics journal. Gli scienziati hanno scoperto che il Dna dei piccoli concepiti con la Fivet, la fecondazione in vitro, presenta alcune particolarità ed è proprio questo che li rende più vulnerabili quando crescono. Nei laboratori di Philadelphia è stata osservata per mesi l’epigenetica, l’attività di regolazione dei geni, dei piccoli nati “in provetta”. “Sono state messe in luce una serie di differenze che possono colpire lo sviluppo dell’embrione e questo alla lunga può portare, in presenza di determinate situazioni, a un aumento di alcune malattie come, ad esempio, il diabete e l’obesità”, spiega il professoressa Carmen Sapienza, genetista alla Temple University di Philadelphia, coordinatrice della ricerca. I ricercatori statunitensi hanno analizzato la placenta e il cordone ombelicale di 13 neonati nati “in modo naturale” e di 10 concepiti invece con la fecondazione assistita. Osservando il sangue si è registrato una differenza nel modo in cui viene replicato il Dna. Nei bimbi nati con la fecondazione in vitro il livello di “duplicazione delle cellule” è leggermente più lento. La conseguenza immediata è che le cellule diventano “attive” in ritardo. “Abbiamo dimostrato che la fecondazione in vitro porta a una serie di differenze nella replica del Dna e che questo può influire sui geni”, conclude Sapienza. Lo studio potrebbe inoltre dare una spiegazione al fatto che i bambini nati con la Fivet tendono a soffrire di perdita di peso alla nascita e di una serie di disordini metabolici. La ricerca statunitense non è riuscita però a dimostrare la causa precisa di questi mutamenti. Fra le ipotesi c’è quella che le coppie con problemi di fertilità potrebbero avere un’attività di regolazione genetica diversa (epigenetica).

Fonte LaRepubblica.it/salute (autore Valeria Pini)

Nuovo farmaco abortivo: efficace anche dopo 5 giorni dal rapporto!

La pillola del giorno dopo che puo’ essere presa 120 ore dopo il rapporto invece delle 72 di quella tradizionale e’ efficace per tutta l’intervallo di tempo e non da’ effetti collaterali gravi. Lo ha confermato uno studio pubblicato dal Journal of Obstetrics and Ginecologics, che prelude alla commercializzazione di questo farmaco, gia’ autorizzato in Europa, negli Usa.
Lo studio ha preso in esame 1241 donne statunitensi che sono dovute ricorrere alla contraccezione d’emergenza, somministrando loro il farmaco a base di ulipristal acetato, che ha un meccanismo simile al levonorgestrel, quello della pillola del giorno dopo tradizionale. Il farmaco ha mostrato un tasso di successo del 97,9%, paragonabile a quello del levonorgestrel, ma a differenza di questo non ha evidenziato una perdita di efficacia nell’arco del periodo di somministrazione. Gli effetti collaterali, prevalentemente mal di testa, nausea e dolori addominali, sono stati definiti ‘da leggeri a moderati’.
La nuova pillola e’ prodotta dalla stessa casa farmaceutica francese del levonorgestrel, la Hra Pharma. L’Emea, l’autorita’ farmaceutica europea, l’ha autorizzata lo scorso marzo, mentre la richiesta di commercializzazione e’ datata maggio. Nel nostro continente e’ venduta in Gran Bretagna, Germania e Francia. In Italia e’ autorizzata la vendita solo di quella tradizionale, che necessita di prescrizione medica e in molti ospedali non viene somministrata perche’ considerata abortiva.
 

Fonte sanitanews

The verde protegge dal cancro al polmone!

La scoperta arriva da Taiwan ed è una buona notizia per tutte le persone che hanno un rischio più elevato di ammalarsi di cancro ai polmoni: sembra che bere the verde protegga dalla malattia. Ma attenzione, avvertono i ricercatori: questo non vuol dire che si può tranquillamente fumare e poi pensare di minimizzare i danni con una tazza di the verde. La ricerca taiwanese è stata condotta su 500 persone, fumatori e non fumatori; in entrambi i casi, bevendo almeno una tazza al giorno il rischio di cancro ai polmoni è risultato notevolmente diminuito. Il the verde è ottenuto dalle foglie essiccate della pianta asiatica Camellia sinensis ed e’ ampiamente consumato in tutta l’Asia. In questo continente l’incidenza di molti tumori e’ nettamente piu’ bassa che in altre parti del mondo ed e’ questo che ha portato gli scienziati a cercare una correlazione tra the verde e protezione contro il cancro. I test in laboratorio hanno dimostrato che i polifenoli estratti dal the verde possono fermare la crescita delle cellule tumorali. Gli studi sull’uomo hanno invece prodotto risultati non sempre coerenti e in alcuni casi non è stato dimostrato alcun effetto protettivo contro il cancro. Nel nuovo studio, diretto dal Dr. I-Hsin Lin, della Shan Medical University a Taiwan, le persone, fumatrici o no, che non bevevano the verde avevano una probabilità di più di cinque volte maggiore di ammalarsi di cancro ai polmoni rispetto alle persone che ne bevevano almeno una tazza al giorno. Tra i fumatori, quelli che non bevevano the verde per niente avevano una probabilità aumentata di più di 12 volte di sviluppare la malattia rispetto ai fumatori che ne bevevano almeno una tazza al di’. I ricercatori hanno anche analizzato il Dna delle persone che hanno preso parte allo studio e hanno scoperto che certi geni sembrano avere un ruolo nella riduzione del rischio. Chi consumava abitualmente the verde, indipendentemente dal fatto che fosse fumatore o no, e aveva certe forme di un gene chiamato IGF1, aveva una probabilità ancora più ridotta di sviluppare il cancro ai polmoni rispetto ad altre persone che bevevano il the verde ma avevano diverse forme dello stesso gene. Si conferma dunque, secondo l’equipe di Taiwan, che il the verde e’ un valido aiuto nel proteggere la nostra salute. Senza togliere che per ridurre il rischio di cancro ai polmoni (e di altre malattie) la prima regola resta “smettere di fumare”.

Fonte AGIsalute

Nuovo test rapido per il tumore del pancreas

Sviluppato un nuovo test delle urine, capace di determinare in appena un paio d’ore i segni premonitori del cancro al pancreas. A realizzarlo sono stati i ricercatori del Queen Mary University’s Institute of Cancer in Gran Bretagna, che hanno collaborato con il London NHS Trust. “Il cancro al pancreas è uno dei tipi di tumore con il più alto tasso di decesso, perchè molto difficile da identificare” hanno spiegato i ricercatori, intervistati dal quotidiano inglese Daily Telegraph. “Ogni anno vengono diagnosticati in Inghilterra piu’ di 7000 casi, e tuttavia solo l’1 per cento dei pazienti sopravvive a 5 anni dalla diagnosi“. Il test riesce a diagnosticare il tumore controllando l’aumento di una certa proteina nelle urine dei pazienti. “Questa proteina e’ un  segnale della presenza di adenocarcinoma pancreatico” hanno spiegato i ricercatori. “Il test permette una diagnosi e permette ai pazienti di operarsi nelle prime fasi della malattia, aumentando le loro possibilità di sopravvivenza al 30 per cento dopo 5 anni dall’intervento”.

Fonte AGIsalute

Mangiare o curare? Nutraceutici, dal cuore si passa alla memoria

Semplicemente un frullato. No, forse un alimento. Ha il gusto di un frappè alla fragola, la consistenza di un frullato e l’effetto di una “batteria di scorta” per il cervello. Sono le qualità concentrate in una bevanda, ora allo studio dell`American Alzheimer’s association, che se presa una volta al giorno in appena 12 settimane potenzia la memoria.

I ricercatori del Mit di Boston, che hanno partecipato allo studio, hanno pensato al latte materno per mettere a punto il mix di sostanze nutrienti contenute nel minidrink rosa, molto simile ai milkshake venduti nei fast-food. Omega-3, colina e uridina, abbinate alla vitamina B sono gli ingredienti essenziali del cocktail, in grado di rinforzare i neuroni, che secondo la rivista Alzheimer’s & Dementia potrebbe prevenire la perdita di memoria associata alla demenza senile e al morbo di Alzheimer.

I primi test dello studio finanziato dalla Danone confermerebbero gli effetti benefici dell’alimento funzionale sui ricordi a breve termine, i primi che svaniscono con la malattia: il 40% di coloro che avevano consumato la bevanda regolarmente ogni mattina a colazione per tre mesi e mezzo aveva ottenuto un miglioramento nei test della memoria, contro il 24% di chi aveva bevuto una bibita con lo stesso gusto, ma senza il mix di supplementi nutrizionali.

Nel mondo i malati di Alzheimer sono circa 25 milioni, con 4,6 milioni di nuovi casi all’anno. Vale a dire una nuova diagnosi ogni 7 secondi. In Italia, secondo i dati del Censis risalenti al 2006, i malati di Alzheimer sono poco più di 520.000, con 80.000 nuovi casi all’anno. 

Fonte SALUTE24.it

Un nuovo futuro per gli impianti di retina

Entro un paio di anni i nuovi dispositivi, dotati di chip ed elettrodi stimolatori, potrebbero diventare molto comuni. Risolvendo, almeno in parte, gli effetti di alcune malattie degenerative che portano alla cecità.

L’ultima generazione di impianti di retina ha dato risultati sorprendentemente promettenti in test eseguiti con alcuni pazienti ciechi. Hanno infatti permesso a molti soggetti di riconoscere oggetti ed ostacoli, e ad uno persino di leggere un testo in grandi caratteri. Passi avanti di tale portata rappresentano una svolta dopo anni di lento progresso. Gli esperti affermano che una produzione commerciale potrebbe prendere il via entro un paio di anni. Si tratta di dispositivi progettati per sostituire le funzioni di cellule fotosensibili danneggiate nella retina. In particolare sono studiati per il trattamento di malattie degenerative quali la retinite pigmentosa, e la degenerazione maculare provocata dall’avanzare dell’età. Facendo uso di una gamma di elettrodi posizionati sotto o sopra la retina, questi impianti agiscono stimolando elettricamente il circuito cellulare della retina a produrre nel campo visivo sensazioni di luce della misura di pixel, chiamate fosfeni. Peter Walter dell’University Eye Clinic di Aachen, che ha guidato, di recente, il simposio Artificial Vision a Bonn, Germania, sottolinea come già in passato siano state fatte dichiarazioni ottimistiche sugli impianti di retina. Afferma però, che il successo di molti studi a lungo termine ha reso i ricercatori fiduciosi del fatto che le sfide a venire siano ormai più tecnologiche che biologiche. “Entro due o tre anni potremmo arrivare ad avere disponibile un prodotto per il mercato,” afferma Walter. Test tutt’ora in corso su di un dispositivo dal nome Argus II, sviluppato dalla Second Sight di Sylmar, CA, hanno dato risultati così promettenti che la compagnia si sta già preparando al lancio sul mercato. “Cominceremo ad impegnarci per ottenere il marchio CE in Europa e le autorizzazioni necessarie negli USA dalla FDA,” precisa Gregoire Cosendai, direttore delle operazioni della compagnia per l’Europa. In passato erano stati sollevati dubbi sul fatto che i fosfeni osservati dal paziente potessero non essere tanto dovuti al dispositivo, quanto piuttosto ad altri fattori, come un recupero dei fotosensori stimolato dal trauma di un’operazione chirurgica (fenomeno noto come “effetto salvataggio”). Ora però si è passati oltre le procedure di impianto intensivo – impiantare e rimuovere i dispositive durante il corso della stessa operazione chirurgica – per giungere all’impianto fisso, offrendo così la possibilità di effettuare test più rigorosi. Questi esperimenti sono difficili e richiedono molto tempo, ma sono in grado di stabilire se i fosfeni avvengano solo in parti della retina dove siano presenti gli elettrodi, racconta Walter. “Spegnendo il dispositivo, l’effetto svanisce,” chiarisce. Test eseguiti per l’Argus II hanno evidenziato la possibilità di ristabilire almeno una parziale forma della vista in pazienti cechi, rendendoli capaci di riconoscere oggetti, porte, strade. Il primo dispositivo che arriverà in commercio offrirà questo tipo di visione, racconta Cosendai. L’Argus II è un piccolo chip composto di circa 60 elettrodi stimolatori ed una telecamera, montata su occhiali, che invia immagini e alimenta l’impianto via wireless. C’è la speranza di migliorare ulteriormente la risoluzione di questi impianti nonché le loro dimensioni. Al simposio tedesco, Eberhart Zrenner, direttore del Institute for Ophthalmic Research presso l’University of Tübingen, in Germania, ha illustrato i risultati di un test, che mostra come un paziente sia riuscito a leggere un testo scritto in lettere di 8 cm, anche se con l’aiuto di uno strumento di ingrandimento. A questo risultato si è giunti utilizzando un impianto del diametro di 3 mm composto da circa 1,500 elettrodi, ciascuno connesso ad una fotocellula. Le fotocellule vengono utilizzate sia per percepire la luce sia per alimentare gli elettrodi, ovviando quindi alla necessità di telecamere o alimentazione esterne. Nonostante il dispositivo di Zrenner’s sia compatto, è progettato solo per il trapianto semi-definitivo, non dura a lungo all’interno del corpo, afferma Mark Humayun, chirurgo retinale presso l’University of Southern California, coinvolto nei test sull’ Argus II. Inoltre, secondo Humayun, la lettura di un testo era già stata ottenuta in passato, anche se con lettere molto più grandi. “E’ una lettura di scarsa utilità, non solo perché possibile unicamente con lettere di grandi dimensioni, ma anche perché il riconoscimento di ciascuna lettera può richiedere fino a 30 secondi,” precisa. Secondo Cosendai, per ora il campo ha fatto un passo avanti ed è bene evitare l’eccesso di ottimismo. Per cominciare, gli impianti di retina potranno essere utilizzati per aiutare le persone ad orientarsi e circolare. La sfida tecnica chiave rimane l’interpretazione dei segnali degli impianti, insiste Cosendai. Il cervello dei pazienti richiede spesso una rieducazione per adattarsi al nuovo genere di stimoli. Rolf Eckmiller, anch’egli ricercatore in questo campo presso la University of Bonn, afferma che c’è ancora molto lavoro da fare. “C’è stato un progresso, ma finora abbiamo sottovalutato l’ammontare di lavoro necessario,” afferma. Poter riconoscere forme e contorni sarà di aiuto a molti per recuperare mobilità, racconta Eckmiller, ma c’è ancora tanta strada per arrivare alla vista o al riconoscimento di visi e scrittura. “C’è una gran differenza tra il vedere e il riconoscere una banana ed il vedere qualcosa che potrebbe essere una banana,” e continua: “Ad ora, la nostra comprensione della qualità di segnali necessaria ad ottenere questo tipo di visione è carente”.

Fonte Technology Review, autore Duncan Graham-Rowe (TR)


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