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Zona Franca: Alimentazione e Salute

GALENOsalute avvalendosi della collaborazione di Franca Aleo (titolare di Herbora – Marsala) presenta la rubrica settimanale Zona Franca: “l’informazione diventa benessere”, dove fitoterapia ed oligoelementi vengono proposti come base di cure alternative e complementari. 

Questa settimana parliamo di “Alimentazione e Salute”.  

Una buona salute dipende da vari fattori: ereditari, ambientali, nutrizionali. Sui fattori ereditari ovviamente non si può influire; su quelli ambientali è possibile, almeno in parte, agire orientando le proprie scelte di vita, come il luogo dove si decide di vivere o il tipo di lavoro che si svolge. Sui fattori nutrizionali, invece, il nostro intervento può essere veramente determinante per la conquista e il mantenimento di una buona salute. 

Il nostro corpo è composto degli stessi elementi di cui sono composti gli alimenti, i quali forniscono la materia e il carburante di cui l’organismo ha bisogno per vivere. L’alimentazione ha quindi la funzione di fornire energia, procurare tutti gli elementi che l’organismo utilizza per le sue reazioni chimiche ed enzimatiche, sostituire le parti “usurate” e reintegrare ciò che viene consumato. Non è esagerato quindi affermare che negli alimenti risiede il destino del nostro benessere: se desideriamo che gli alimenti siano fonte di salute, essi devono quindi essere il più possibile equilibrati. L’alimentazione non dovrà tener conto solo del gusto e della “gola”, pur importanti, ma dovrà fornire tutti gli elementi che conservino l’omeostasi del nostro corpo. Se, infatti, privilegiamo alcune sostanze a discapito di altre, possiamo provocare vari squilibri rispetto al reale fabbisogno dell’organismo, squilibri che nel tempo potrebbero provocare carenze, disfunzioni metaboliche e di conseguenza malattie, anche gravi. 

Nei paesi industrializzati la fame è ormai solo un vago ricordo, mentre oggi si manifestano le cosiddette “malattie del benessere”, che hanno origine proprio nell’alimentazione scorretta, spesso troppo abbondante, povera di alcune sostanze, come vitamine, oligoelementi, minerali, e troppo ricca di altre, come zuccheri, sale e grassi saturi, anche a causa delle moderne tecniche di coltivazione, trasformazione, manipolazione e conservazione, che impoveriscono gli alimenti privandoli di sostanze importanti, e per contro li addizionano con aromatizzanti, addensanti, coloranti, emulsionanti, conservanti, sostanze estranee che nel tempo possono essere nocive per un effetto di accumulo. Non vogliamo certo demonizzare la moderna tecnologia, che fornisce grandi vantaggi per quanto riguarda la maggior produttività, la lavorazione e la conservazione degli alimenti, ma è necessario trovare il giusto compromesso per usufruire di una sana e completa alimentazione, senza alterare in modo irrimediabile l’ambiente in cui viviamo con un uso smodato di pesticidi, concimi chimici e additivi alimentari non indispensabili; tutte queste sostanze estranee entreranno, infatti, nella nostra catena alimentare e andranno a inquinare anche il nostro corpo, alterandone gli equilibri. 

L’alimentazione deve fornire tutti gli elementi di base, cioè carboidrati, proteine, grassi, vitamine, minerali, oligoelementi e acqua, nelle giuste proporzioni; quindi bisogna essere attenti non solo alla quantità dei cibi, ma anche e soprattutto alla qualità. Una buona nutrizione è essenziale per il normale sviluppo e per il funzionamento degli organi, per il mantenimento delle funzioni vitali, per la crescita, per la riproduzione, per la difesa dalle infezioni e dalle malattie, per la capacità riparativa di ferite e lesioni, e per avere una buona efficienza nell’espletamento delle normali attività lavorative o ludiche. Gli alimenti sono chimicamente complessi, formati da macromolecole che devono essere scomposte dal nostro corpo in unità più semplici, che possano attraversare le pareti intestinali per essere assimilate e poi trasportate attraverso la circolazione sanguigna e linfatica a tutte le cellule, che ricevono dagli alimenti così scomposti l’energia e i materiali necessari alla costruzione e al mantenimento della vita. Queste trasformazioni sono attuate tramite i processi di digestione, assimilazione, metabolismo, che descriveremo rapidamente per rendere più chiari i concetti che seguiranno. 

Digestione | La digestione ha lo scopo di scomporre il cibo ingerito, attraverso varie trasformazioni fisiche e chimiche, in micro-elementi nutrizionali, caratterizzati da molecole più piccole, che possano essere assimilate tramite i villi intestinali. Le azioni fisiche sono di natura meccanica: sono costituite dalla masticazione e dalla deglutizione, atti volontari, e proseguono con la peristalsi, un movimento involontario lento e fluttuante delle pareti dell’esofago, dello stomaco e dell’intestino, che serve a rimescolare e triturare ulteriormente il cibo masticato, e farlo progredire lungo il canale digerente. Le azioni chimiche sono svolte dai succhi digestivi, che contengono numerosi enzimi specifici che il cibo ingerito incontra lungo l’apparato digerente, ad iniziare dalla bocca, dove le ghiandole salivari secernono l’enzima ptialina, utile per una prima scomposizione dei carboidrati; attraverso l’esofago, il bolo alimentare passa nello stomaco, dove viene a contatto con acqua, acido cloridrico e vari enzimi proteolitici (proteolitico = che scompone le proteine nei suoi costituenti, gli aminoacidi). Il cibo elaborato nello stomaco, chiamato chimo (dal greco chymòs = succo), passando nel duodeno, la prima parte dell’intestino tenue, incontra la bile secreta dal fegato e immagazzinata nella cistifellea, la cui funzione è quella di emulsionare i grassi per renderli più aggredibili dagli enzimi pancreatici specifici. Nel duodeno sono riversati infatti anche i numerosi enzimi prodotti dal pancreas e dalle ghiandole intestinali (succo enterico, dal greco énteron = intestino) che scompongono ulteriormente i carboidrati, le proteine e i grassi emulsionati dalla bile, oltre a neutralizzare l’acidità dovuta all’acido cloridrico, che ha anche una funzione antisettica contro eventuali patogeni che dovessero essere introdotti con il cibo. 

Assimilazione | Dalla miscela delle secrezioni ghiandolari digestive con il chimo acido proveniente dallo stomaco, si ottiene un liquido lattescente lievemente basico, il chilo (dal greco chilòs = succo, sinonimo del precedente chimòs), che, progredendo lungo l’intestino tenue, permette alle sostanze elementari di essere gradualmente assimilate dalle pareti intestinali tramite i villi, caratteristiche estroflessioni digitiformi, lunghe circa un millimetro, che fungono da vere e proprie “pompe aspiranti”. Tenendo presente che su ogni centimetro quadrato di superficie intestinale ci sono circa 3000 villi, e che su ogni villo ci sono migliaia di microvilli, è facile comprendere come essi aumentino enormemente la superficie deputata all’assimilazione, che si calcola essere superiore ai 300 metri quadrati! All’interno dei villi sono presenti capillari sanguigni e piccoli vasi linfatici, che convogliano le sostanze nutritive al torrente circolatorio sanguigno e al sistema linfatico, i quali a loro volta li distribuiscono agli organi deputati alla loro elaborazione e alla distribuzione a tutte le cellule del corpo. Dall’intestino tenue, il residuo non digerito passa nell’intestino crasso, dove perde acqua e sali minerali, è arricchito di muco e sottoposto all’azione della flora batterica intestinale: questa è un complesso ecosistema, costituito da miliardi di batteri che popolano l’intestino e che, in condizioni ottimali, partecipa alla sintesi delle vitamine, regola la formazione di gas intestinali favorendo le fermentazioni e riducendo le putrefazioni che producono tossine, facilita l’assorbimento degli oligoelementi, e costituisce una barriera di protezione contro le aggressioni dei batteri nocivi. Mantenere efficiente la flora batterica intestinale, anche con uso di integratori di fermenti lattici probiotici arricchiti di fibre prebiotiche, è perciò una norma da tenere sempre presente, se si desidera evitare disturbi come stipsi, diverticolite, colon irritabile, gonfiore, infezioni uro-genitali, o altre disfunzioni e malattie, anche gravi. Il residuo di tutti questi processi infine può essere espulso tramite l’evacuazione. 

Metabolismo | Il metabolismo è il processo di conversione delle sostanze nutritive elementari, provenienti dal processo di assimilazione, in materiale da “costruzione” per i tessuti viventi dell’organismo, e in energia per soddisfare le necessità del corpo. 

Da quanto sommariamente esposto, si deduce un concetto importantissimo: il nostro corpo è costruito per mezzo degli elementi che noi stessi gli forniamo attraverso gli alimenti, per cui diventa palese il detto “noi siamo quello che mangiamo”, a cui aggiungerei anche “quanto ne mangiamo”. Adesso è chiarissimo che, se ci alimentiamo con prodotti sani, genuini, di buona qualità, in quantità moderata, costruiremo e manterremo nel tempo organi sani e ben funzionanti, per cui il cibo sarà una fonte di vitalità e salute. Se, viceversa, il cibo che ingeriamo è sbilanciato, pieno di sostanze nocive, o eccessivo come quantità, i nostri organi potranno andare incontro più facilmente a squilibri, che faciliteranno la comparsa di malattie.  

Come deve essere dunque un’alimentazione corretta ed equilibrata? Noi che viviamo in Italia abbiamo la fortuna di avere ereditato un tipo di alimentazione che ormai tutto il mondo riconosce come la più sana: parlo naturalmente della “dieta mediterranea”, che i popoli che abitano nell’area omonima avevano da secoli sviluppato, utilizzando ciò che la natura metteva loro a disposizione. Essa consiste innanzi tutto nell’uso dell’olio extravergine di Oliva, ricco di polifenoli, vitamine, acidi grassi monoinsaturi (acido oleico), che aiutano a mantenere bassi livelli di colesterolo cattivo (LDL), senza ridurre l’HDL, o colesterolo buono, come avviene con l’uso degli oli di semi tanto decantati qualche anno fa, quando cercavano di convincerci che fossero più “leggeri” dell’olio di Oliva, mentre le calorie che sviluppano sono identiche per entrambi. L’olio extravergine di Oliva costituisce perciò una prevenzione contro le malattie cardiovascolari, e quindi è un fattore di longevità importantissimo. E’ indispensabile che l’olio di Oliva sia di tipo extravergine, poiché gli altri tipi meno nobili, oltre ad essere meno gradevoli come gusto, hanno subito delle manipolazioni, anche chimiche, che ne alterano e riducono le qualità organolettiche e le proprietà salutari. La dieta mediterranea originaria faceva largo uso di legumi, cereali, verdura, frutta, e un consumo ridotto di carni, grassi animali e dolcificanti. Non era, però, un regime alimentare povero: la ricchezza e varietà di piatti tradizionali fa ancora oggi dell’alimentazione mediterranea, e italiana in particolare, una vera cultura gastronomica, con tutti i profumi e i sapori delle spezie e degli aromi tipici di una terra del sole, come Basilico, Prezzemolo, Rosmarino, Origano, Salvia, Menta, Aglio, Rucola, Zafferano, che la tradizione utilizza soprattutto per i loro aromi, ma che possiedono anche proprietà officinali salutari. I cereali erano consumati integrali: il pane era “nero” perché conteneva anche le fibre del chicco di frumento. Solo le famiglie benestanti potevano permettersi il cosiddetto “pane bianco”, ma non a caso proprio in quelle famiglie, a causa delle poche fibre ingerite, si manifestavano con maggiore frequenza disturbi intestinali come la stipsi, che è diventata la “malattia” dell’uomo moderno, e disordini metabolici, soprattutto la gotta, perché i ricchi mangiavano molta carne, che il popolo non poteva permettersi, se non raramente, e solo in occasione delle feste importanti. Le carni rosse, infatti, sono ricche di sostanze puriniche, il cui prodotto di scarto è l’acido urico, che cristallizzandosi si deposita specialmente nelle articolazioni, causando la gotta, una sintomatologia molto dolorosa, di tipo artritico. Le carni bianche, il pesce, le uova, i formaggi magri, le proteine di origine vegetale, pur contenendo una certa quota di purine, non si comportano allo stesso modo: non aumentano, infatti, il rischio di contrarre la gotta. In questi ultimi anni il nostro tipo di alimentazione si è purtroppo “americanizzato”, con un aumento del consumo di carni, grassi animali, snack e merendine carichi di zuccheri, sale, e grassi saturi, anche se magnificati come vegetali. Le margarine (grassi vegetali idrogenati), prodotti inesistenti in natura, pur essendo di origine vegetale, sono ottenute dalla trasformazione di oli, quindi liquidi, in una sorta di prodotto solido che ricorda il burro, mediante l’aggiunta di atomi di idrogeno che fa diventare saturi i grassi di cui è composta. Anche la tanto reclamizzata “margarina vegetale” contribuisce quindi ad innalzare il colesterolo cattivo (LDL), proprio come i grassi animali, che invece, consumati quantità limitata, non sono del tutto proibiti, se non in casi particolari, hanno più gusto, sono naturali e non creati in laboratorio. I grassi provenienti dal pesce invece sono benefici, poiché contengono gli acidi grassi essenziali della serie Omega 3, che rappresentano un fattore di protezione e di salute per l’apparato cardiovascolare, per cui si dovrebbe aumentare il suo consumo, portandolo ad almeno due volte la settimana, o anche più, se possibile. Ovviamente tutti i grassi devono essere consumati con moderazione, considerando che forniscono il doppio delle calorie dei carboidrati e delle proteine. Aggiungendo all’alimentazione corretta anche una discreta attività fisica, si favorirà ulteriormente il mantenimento della propria salute. Se, nonostante le nostre attenzioni nella scelta degli alimenti e un’attività fisica sufficiente, si dovesse avere qualche alterazione dei valori di colesterolo e/o trigliceridi, ci si può rivolgere agli integratori naturali di acidi grassi della serie Omega 3 e Omega 6, estratti dal Lino, dal pesce, o contenenti fitosteroli vegetali da Riso fermentato, con l’ausilio di piante officinali che depurano il fegato e contribuiscono all’eliminazione dei grassi dal fegato, come Rosmarino, Tarassaco, Carciofo, Cardo mariano. Se l’alimentazione è ricca di frutta e verdura, sicuramente si assumono quantità adeguate di minerali, vitamine e antiossidanti, che proteggeranno dall’azione nociva dei radicali liberi, gli ormai noti fattori di invecchiamento cellulare. Se, per vari motivi, l’alimentazione è invece carente sotto questo punto di vista, si può ricorrere a ottimi integratori vitaminico-minerali naturali a base di Rosa canina, germe di Grano, Carota, Alfa-alfa, Romice, e di sostanze antiossidanti come la Papaya, il Tè verde, il Tè rosso Rooibos, il succo di Melagrana, il Noni, la Cùrcuma, l’Aloe, i semi d’Uva, che aiutano a contrastare l’invecchiamento e l’azione deleteria dei radicali liberi. In caso di sovrappeso, è possibile aiutare l’organismo a perdere i chili in eccesso, coadiuvando l’alimentazione, che necessariamente dovrà prevedere una riduzione delle abituali calorie, con piante officinali o estratti di piante che riducono l’assorbimento calorico, come l’Opuntia (Nopal), l’Acacia, il Glucomannano, il Guar, la Gymnema, la faseolamina, o che stimolano il metabolismo promuovendo un maggior dispendio calorico da parte dell’organismo, come il Fucus (Alga bruna), l’alga Wakame, il Citrus aurantium (Arancio amaro), il Piper nigrum.

Fonte L’erboristeria.com della dott.ssa Multineddu

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Farmaci nei menù di McDonald’s per la salute del cuore

 

I medici di mezzo mondo le hanno provate tutte per indurre i consumatori a evitare i fast food come la peste, ma sconfiggere realtà internazionali come McDonald’s sembra proprio impossibile. Lo ammetto, anche io ogni tanto ci casco: non riesco proprio a resistere davanti alle immagini di quei panini, sono troppo invitanti! E se anche i più salutisti tra noi non riescono a rinunciare al cibo spazzatura, è arrivato il momento di correre ai ripari! Da qui l’idea di un gruppo di ricercatori dell’Imperian College di Londra, che hanno proposto di aggiungere ai classici menù di McDonald’s una statina, ovvero un farmaco utilizzato per tenere a bada il colesterolo e ridurre il rischio di disturbi cardiovascolari.

Grazie ad un’analisi approfondita di sette ricerche effettuate in passato, gli scienziati dell’istituto britannico hanno constatato che assumendo una statina al giorno è possibile ridurre sensibilmente, se non addirittura annullare, il rischi per il cuore a cui vanno incontro i fanatici dei fast food. Una statina costa quanto una bustina di ketchup, perché allora non fornire anche i farmaci necessari a mantenere il cuore in salute? Lo stesso Darrel Francis, a capo della ricerca, ha commentato “è ironico che la gente sia libera di prendere quanti condimenti poco salutari desidera ma le statine, che fanno bene alla salute del cuore, debbano essere prescritte”.

L’idea delle statine non è poi così assurda, perché effettivamente permetterebbe di tenere sotto controllo i livelli di colesterolo cattivo LDL nel sangue e prevenire temibili malattie cardiovalari. Questo, però, non deve far pensare che con un solo farmaco si possano annullare tutti gli effetti deleteri di un pasto ipercalorico da MaDonald’s. Come spiega la dott.ssa JoAnn Manson dello Women’s Hospital di Boston, le statine sono efficaci contro il colesterolo, ma “non possono niente contro il rischio di obesità, diabete, ipertensione, tumore del colon-retto e altri disturbi cronici legati a questo tipo di dieta”. Per una prevenzione completa sarebbe opportuno rivisitare le proprie abitudini alimentari, rinunciando ai pasti dei fast food o comunque considerandoli uno strappo alla regola.

Dormire di più nel weekend “ricarica” il cervello

Il lunedì mattina è meno ‘nero’ se il fine settimana sono stati fatti gli ‘straordinari’ di sonno. Un gruppo di ricercatori della Division of Sleep and Chronobiology della Università di Pennsylvania ha scoperto che una dose extra di sonno dona al cervello piu’ energia per affrontare una nuova settimana lavorativa. Le performance di chi ha passato meno tempo a ‘poltrire’ durante il fine settimana sono piu’ basse rispetto a chi ha approfittato dei due giorni di libertà per riposarsi. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista ‘Sleep‘, dieci ore di sonno potrebbero essere insufficienti a ricarburare, figuriamoci se si rimane svegli di notte per via di una festa durante il weekend. “Un’ora o due in piu’ di sonno al mattino – ha spiegato David Dinges, che ha coordinato lo studio – dopo un periodo di perdita parziale di sonno ha un reale vantaggio per recuperare le forze e l’energia”. Un recupero adeguato, ha continuato l’esperto, “è importante per far fronte agli effetti della riduzione cronica di sonno sul cervello”. Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno condotto un esperimento di privazione del sonno su 159 adulti sani con un’eta’ media di 30 anni. Dopo due notti con 10 ore di sonno, a 142 soggetti è stato poi permesso di dormire solo quattro ore, dalle 4 alle 8, per cinque notti consecutive. Altri 17 adulti hanno invece dormito 10 ore tutte le notti. A tutti i partecipanti all’esperimento e’ stato quindi chiesto di compilare un modulo computerizzato 30 minuti dopo essersi svegliati. Ebbene, dai risultati è emerso che i soggetti cui erano state limitate le ore di sonno avevano minori capacita’ d concentrazione, difficoltà d’attenzione e tempi di reazione molto ridotti. Inoltre, le normali funzioni sono state ripristinate solo dopo una lunga notte di sonno.

Scoperto l’elisir di lunga vita: l’affetto degli amici!

La solitudine accorcia la vita, l’affetto degli amici e dei parenti stretti è invece un vero e proprio elisir di giovinezza, che permette di vivere in salute e più a lungo. Anche se forse non era necessaria una ricerca per dimostrarlo, Julianne Holt-Lunstad e i colleghi della Brigham Young University hanno voluto dare valore scientifico alla tesi, analizzando i risultati di 148 studi effettuati in passato, sempre per fini scientifici. Il campione esaminato superava complessivamente i 300mila soggetti.

Il team di ricercatori ha così potuto dimostrare che mantenere delle buone relazioni interpersonali, con i parenti e con gli amici, permette di vivere circa quattro anni oltre la media di chi è più introverso e preferisce stare solo. “Le relazioni sociali possono ridurre lo stress e rafforzare il sistema immunitario” ha spiegato la dottoressa Lyubomirsky. Con meno stress e un sistema immunitario più forte si vive meglio e più a lungo.

A influire non sono solo fattori psicologici ed emotivi: le persone che ci circondano e ci vogliono bene ci riempiono ogni giorno di utili raccomandazioni per la salute. Quante volte vi è capitato di sentirvi dire da un amico o da un parente: devi smettere di fumare! O ancora: dovresti mangiare meno? La prossima volta che accade, rispondete con un sorriso e ringraziate, perché questi consigli accrescono l’autostima e incoraggiano ad aver maggiore cura del proprio corpo. Come dire: se non volete smettere di fumare per voi stessi, lo fate perché al mondo c’è qualcuno che vi vuole davvero bene!

La memoria delle donne è migliore

 

La memoria delle donne funziona meglio di quella degli uomini, è l’ultima conferma scientifica che viene niente di meno che dalla prestigiosa Università inglese di Cambridge. I ricercatori si sono presi la briga di effettuare dei test mnemonici a circa 4.500 persone di ambedue i sessi tra i 48 ed i 90 anni. Ebbene il risultato ha convalidato innumerevoli studi già fatti in passato: la mente femminile è un passo avanti, le donne sono più “sveglie”, veloci, pratiche, ricordano meglio, insomma: lo dice anche la scienza, il cervello femminile funziona meglio. E dal punto di vista della ricerca, la differenza rilevata è costante in tutte le età.

Con questo, non voglio dire che sono più intelligenti! Gli studi scientifici hanno già provato che esistono numerose differenze di genere e che le caratteristiche delle donne per ciò che riguarda il cervello, sono migliori. E’ solo che ricordarglielo ogni tanto fa bene alla salute!

Ma l’obiettivo dello studio è ben altro ovviamente: riguarda l’analisi delle capacità cognitive col passare degli anni, in ambedue i sessi. Si vuole capire quale può essere uno standard di memoria a 50 anni oppure a 90, per poi individuare sia nel genere maschile che in quello femminile, quando e come si manifestano dei deficit, mnemonici e cognitivi, che spesso nelle persone anziane tendono a confondersi.

Così, uno degli autori della ricerca ha spiegato che “utilizzando i dati ricavati da questo studio si potrà stabilire se la memoria di un soggetto ad una certa età è normale o può nascondere un campanello d’allarme per malattie come l’Alzheimer“.

Lo studioso ha anche sottolineato come sia la prima volta che vengono testate così tante persone, e si conta di procedere e di arrivare almeno fino a 10.000 volontari! Di mezzo c’è la genetica, la neurologia, la psicologia … ma sicuramente, anche l’allenamento: le donne sono o non sono più abituate dei maschi a pensare, fare, organizzare e ricordare?

Ridere fa bene alla salute

 

Ridere è una capacità tipicamente umana, innata in ognuno di noi anche se, sempre più spesso, ci dimentichiamo l’importanza e l’effetto benefico che una sana risata può avere sul nostro cervello e sul nostro organismo.

La nostra società giudica in modo eccessivamente positivo la serietà e la predisposizione a vivere in modo esageratamente composto, mentre  il divertimento e la tendenza a ridere vengono vissuti come aspetti da circoscrivere a momenti ludici e di svago. Uno dei luoghi comuni più diffusi ci porta a pensare che serietà sia sinonimo di costanza, affidabilità e responsabilità, mentre l’allegria è spesso fraintesa come eccessiva leggerezza e superficialità. Da questa credenza scaturisce l’idea che una persona portata a sdrammatizzare, a ridere anche nelle situazioni più critiche e complesse sia immatura, ingenua e non all’altezza di certi compiti e impegni. Invece è una qualità preziosa che ci consente di esse flessibili, elastici e di cambiare visuale con agilità.

Ridere ci permette di liberarci dagli atteggiamenti mentali chiusi, troppo razionali e statici, ci aiuta a sviluppare una curiosità e un’intelligenza creativa che ci rende aperti, elastici e dotati di molteplici punti di vista. Un pensiero costantemente serioso diventa ripetitivo e pedante, le fissazioni producono ansia e stress, la rigidità assorbe le nostre energie impedendoci di vedere il problema sotto un’altra luce. Una bella risata nutre il cervello, libera sostanze che hanno una funzione benefica sul sistema immunitario e migliorano il tono dell’umore; tali sostanze, inoltre, eliminano lo stress aiutandoci a prevenire tutta una serie di disturbi ad esso correlati (attacchi di panico, depressione, ansia, malattie cardiovascolari).

Diverse ricerche hanno dimostrato che elevati livelli di stress e ansia causano un abbassamento delle naturali difese immunitarie del nostro organismo. Al contrario una bella risata, spontanea, di pancia, rappresenta un vero toccasana che ci aiuta a tenere lontano tensione, disagi e malattie. Ridere favorisce la circolazione e l’ossigenazione del sangue, permettendo in questo modo ai tessuti di rigenerarsi; la risata, inoltre, stimola la produzione di endorfine, sostanze chimiche che hanno un effetto benefico sul sistema cardiovascolare. Se si pensa che tutto ciò che condiziona lo stato emozionale di un individuo ha un impatto importante sul cuore, è facile comprendere quanto una semplice risata possa giovare alla nostra salute.

Non a caso negli ultimi decenni si è sviluppata una vera e propria terapia del sorriso, detta anche clown-terapia, usata in molteplici contesti socio-sanitari (situazioni di disagio sociale, ospedali, case di cura…) e particolarmente adatta con i bambini. È un approccio fondato sulla constatazione degli effetti benefici che l’allegria e una sana risata sono in grado di produrre, anche su pazienti gravemente malati.


Insonnia e dolore

L’insonnia come manifestazione di una condizione medica | La Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] prevede una diagnosi di “insonnia dovuta a una condizione medica” che racchiude un gruppo eterogeneo e ampio di condizioni mediche nell’ambito delle quali l’insonnia è un sintomo frequente e importante. Per questi motivi, le caratteristiche di questa insonnia non sembrano essere specifiche ma ricalcano quelle generali di questo disturbo: difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli notturni, risveglio precoce con impossibilità a riaddormentarsi, sonno non ristoratore e conseguenze sulle performance diurne. I criteri diagnostici, per questo tipo d’insonnia sono:

  1. I sintomi presentati dal paziente soddisfano i criteri per la diagnosi d’insonnia.
  2. L’insonnia perdura da almeno un mese.
  3. Il paziente ha una condizione medica o fisiologica che è nota essere disturbante per il sonno.
  4. L’insonnia è chiaramente associata alla condizione medica o fisiologica. L’insonnia è iniziata all’incirca in concomitanza con la condizione medica o fisiologica o è correlata a un suo peggioramento clinico significativo o varia di intensità in accordo con le fluttuazioni cliniche della condizione medica o fisiologica.
  5. Il disturbo del sonno non può essere spiegato meglio da un altro disordine del sonno, mentale o uso di farmaci o sostanze.

Un posto importante, tra le insonnie dovute a una condizione medica, spetta all’insonnia causata dal dolore | E’ facile comprendere come qualsiasi disturbo che provochi dolore sia potenzialmente in grado, qualora il dolore persista di notte, di disturbare il sonno in modo significativo e indurre una insonnia. Tuttavia bisogna ricordare che, come dettagliato nei criteri per la diagnosi d’insonnia da condizione medica, è necessario che il disturbo perduri da almeno un mese per poter parlare di una vera insonnia. Quindi, pur essendo il disturbo del sonno frequente in qualsiasi sindrome dolorosa, esso può assumere spesso un carattere transitorio, correlato alla durata della sindrome dolorosa e non richiedere un’attenzione particolare in quanto sappiamo che l’insonnia scomparirà con la regressione del dolore (ad esempio, in un caso di mal di denti, prima di ricorrere al dentista o a un’adeguata terapia farmacologica). Diversi e molto più importanti sono i problemi posti dal dolore cronico che spesso viene accompagnato da insonnia. Per questi motivi, la letteratura scientifica si è occupata in modo particolare di queste condizioni in cui la durata della sindrome dolorosa è prolungata e spesso accompagna il soggetto per tutto il resto della vita. E’ anche interessante notare come tra tutte le condizioni mediche, il dolore cronico è il disturbo più frequentemente accompagnato da insonnia. Taylor et al. [2] hanno riportato che il dolore cronico era presente nel 50.4% dei pazienti con insonnia, contro il 18.2% di quelli senza insonnia; questa percentuale era più alta di quella dell’ipertensione (43.1% contro 18.7%), problemi gastrointestinali (33.6% contro 9.2%), disordini del respiro (24.8% contro 5.7%), cardiopatia (21.9% contro 9.5%), problemi urinari (19.7% contro 9.5%), e malattie neurologiche (7.3% contro 1.2%). Esaminiamo qui di seguito, come esempi, alcune delle più importanti condizioni che causano dolore cronico e insonnia.

La fibromialgia | Secondo l’American College of Rheumatology [3], la fibromialgia è un dolore diffuso che dura da almeno 3 mesi che si manifesta in combinazione con dolore ad almeno 11 di 18 punti specifici di sensibilità sul corpo. Molte persone con fibromialgia hanno comorbidità psichiatrica, con sintomi di depressione e ansia. Inoltre, i disturbi del sonno sono riportati molto frequentemente da questi pazienti, con difficoltà ad addormentarsi e a mantenere il sonno. Tuttavia, il problema più importante è la sensazione di stanchezza al risveglio che causa le conseguenze più pesanti per il paziente [4,5]. E’ comunque interessante notare come uno studio polisonnografico, cioè oggettivo, del sonno non sia riuscito a mostrare sostanziali differenze tra pazienti con fibromialgia e controlli normali, se non nei parametri di variabilità della frequenza cardiaca che indicavano un incremento dell’attività simpatica e una diminuzione della complessità della funzione autonomica [6]. Una caratteristica dell’EEG del sonno di questi pazienti è un’importante intrusione di attività alfa all’interno dei ritmi lenti delta del sonno nonREM [7], chiamata pattern alfa-delta. L’attività alfa-delta è accompagnata anche da una riduzione dei fusi del sonno nonREM [8] e probabilmente correla significativamente con i sintomi della fibromialgia [9]. Pertanto, appare sempre più evidente che esiste un’anomalia della microstruttura del sonno in questi pazienti e questa ipotesi è stata confermata dallo studio di Rizzi et al. [10] sul “cyclic alternating pattern”, un tipo di analisi che valuta con precisione i brevi e numerosi eventi neurofisiologici che caratterizzano la microstruttura del sonno nREM.

La ricerca epidemiologica ha mostrato che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave | E’ noto da tempo che il sonno sia in grado sia di provocare che di dare sollievo alla cefalea e l’epidemiologia ci suggerisce che i disordini del sonno sono associati a cefalea più frequente e grave. L’insonnia, i disturbi del respiro in sonno, i disordini del ritmo circadiano e le parasonnie sono i disturbi del sonno più frequentemente associati a cefalea [11, 12]. Un esempio importante è la cefalea presentata dai soggetti con apnee del sonno che regredisce con la correzione del disturbo del respiro in sonno. Oltre all’associazione con i disturbi del sonno, alcuni tipi specifici di cefalea, come l’emicrania, la cefalea muscolo-tensiva e quella a grappolo, mostrano un chiaro pattern crono biologico correlato anche ai processi del sonno; probabilmente questo è dovuto a strutture neuro anatomiche e processi neurochimici comuni coinvolti nella regolazione del sonno e nel determinismo della sintomatologia algica del capo. E’ opportuno ricordare che la Classificazione Internazionale dei Disordini del Sonno [1] comprende una diagnosi di “cefalea correlata al sonno”, anche nota come cefalea ipnica, che include un gruppo molto eterogeneo di sindromi algiche del capo che hanno l’unica caratteristica comune di verificarsi prevalentemente durante sonno o al risveglio. E’ molto probabile che ognuna delle condizioni comprese da questa diagnosi generica sia sovrapponibile alla stessa forma che si verifica di giorno e che quindi non si tratti di forme specifiche.

Tutti questi dati portano alla raccomandazione per gli esperti che curano pazienti con cefalea o emicrania di valutare attentamente il pattern ipnico dei pazienti per identificare e trattare adeguatamente i loro disordini.

L’insonnia in oncologia | La difficoltà di addormentamento e di mantenimento del sonno, la bassa efficienza di sonno, il risveglio precoce e l’eccessiva sonnolenza diurna sono disturbi molto frequenti nel paziente oncologico. E’ pure molto frequente la cronicizzazione di questi problemi che possono persistere anche per mesi o anni dopo la fine del trattamento antiblastico [13]. I fattori che possono influenzare il sonno di questi pazienti sono molteplici, come le alterazioni biochimiche indotte dalla proliferazione neoplastica e dai trattamenti antineoplastici, ma anche la presenza di dolore, deperimento e depressione sono altrettanto importanti. Il trattamento dell’insonnia in questi pazienti può essere importante per la possibilità di migliorarne la qualità di vita ma è spesso complesso per la necessità di considerare una serie di fattori interferenti correlati al trattamento della patologia di base. Il trattamento dell’insonnia può avere una grande importanza anche nella strategia palliativa per i malati terminali.

Curare l’insonnia potrebbe migliorare la sindrome dolorosa? | Il trattamento dell’insonnia nelle sindromi dolorose si basa prima di tutto, ove possibile, sul trattamento della sintomatologia algica; tuttavia, esistono situazioni in cui il controllo del dolore non può essere raggiunto o non è in grado di ripristinare il pattern normale di sonno. D’altra parte, il trattamento dell’insonnia potrebbe avere effetti positivi sulla comorbidità. Infatti, se da un lato è noto che la presenza d’insonnia può esacerbare il dolore, è logico pensare che una terapia efficace dell’insonnia sia potenzialmente in grado di attenuare la sintomatologia dolorosa. A questo scopo è possibile ipotizzare l’uso di strategie farmacologiche e non farmacologiche (terapia cognitivo-comportamentale), o una combinazione di queste. Tuttavia, non esistono dati sufficienti in letteratura per rispondere in modo sicuro al quesito e sono necessari studi e approfondimenti che probabilmente vedremo in un futuro vicino [14].

Bibliografia

  1. American Academy of Sleep Medicine. International Classification of Sleep Disorders, 2nd ed.: Diagnostic and Coding Manual. American Academy of Sleep Medicine. Westchester, Illinois, 2005.
  2. Comorbidity of chronic insomnia with medical problems. Taylor DJ, Mallory LJ, Lichstein KL, Durrence HH, Riedel BW, Bush AJ. Sleep. 2007;30(2):213-218.
  3. The American College of Rheumatology 1990 criteria for the classification of fibromyalgia: report of the Multicenter Criteria Committee. Wolfe F, Smythe HA, Yunus MB, et al.  
    Arthritis Rheum 1990;33:160-172.
  4. Prevalence and correlates of nonrestorative sleep complaints. Ohayon MM. Arch Intern Med 2005;165:35-41.
  5. The significance, assessment, and management of nonrestorative sleep in fibromyalgia syndrome. Moldofsky H. CNS Spectr 2008;13(Suppl 5):22-26.
  6. Objective measures of disordered sleep in fibromyalgia. Chervin RD, Teodorescu M, Kushwaha R, Deline AM, Brucksch CB, Ribbens-Grimm C, Ruzicka DL, Stein PK, Clauw DJ, Crofford LJ.
    J Rheumatol 2009;36:2009-2016.
  7. Musculosketal symptoms and non-REM sleep disturbance in patients with ”fibrositis syndrome” and healthy subjects. Moldofsky H, Scarisbrick P, England R, et al. Psychosom Med 1975;37:341-351.
  8. Decreased sleep spindles and spindle activity in midlife women with fibromyalgia and pain. Landis CA, Lentz MJ, Rothermel J, et al.  Sleep 2004;27:741-750.
  9. Alpha sleep characteristics in fibromyalgia. Roizenblatt S, Moldofsky H, Benedito-Silva AA, et al.  Arthritis Rheum 2001;44:222-230.
  10. Cyclic alternating pattern: a new marker of sleep alteration in patients with fibromyalgia? Rizzi M, Sarzi-Puttini P, Atzeni F, et al. J Rheumatol 2004;31:1193-1199.
  11. Sleep and headaches. Rains JC, Poceta JS, Penzien DB. Curr Neurol Neurosci Rep 2008;8:167-175.
  12. Headache and sleep. Alberti A.  Sleep Med Rev 2006;10:431-437.
  13. Cancer-related fatigue and sleep disorders. Roscoe JA, Kaufman ME, Matteson-Rusby SE, Palesh OG, Ryan JL, Kohli S, Perlis ML, Morrow GR.  Oncologist 2007;12 (Suppl 1):35-42.
  14. Does effective management of sleep disorders improve pain symptoms? Roehrs TA, Workshop Participants. Drugs 2009;69 (Suppl 2):5-11. 

Depositato all’AIFA in data 07/03/2010 – autore dott. Raffaele Ferri – Centro per lo Studio del Sonno e dei suoi Disturbi, Dipartimento per l’Involuzione Cerebrale, IRCCS Oasi “Maria SS”, Troina (EN).


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