Posts Tagged 'vaccino'

Sviluppato in Cina il primo vaccino contro l’epatite E

 

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Xiamen (Cina) ha realizzato il primo vaccino contro l’epatite E. A darne notizia è un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet.

Si stima che fino a un terzo della popolazione mondiale potrebbe essere esposto o direttamente infettato dall’epatite E, un’infezione comunque rara nei Paesi ricchi che si trasmette principalmente attraverso il contatto con le acque di scarico. Il nuovo test ha coinvolto 100mila volontari con risultati, a detta dei ricercatori cinesi, “straordinari”: dei 50mila immunizzati non c’è stato un solo caso di epatite. Il vaccino viene iniettato in due dosi. Questo darebbe un margine di protezione al 100 per cento. In generale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), l’epatite E è una malattia che si cura da sola. Il tasso di mortalità varia tra lo 0,5 per cento e il 4 per cento, anche se nei Paesi poveri questa infezione è ancora poco conosciuta. La prossima sfida dei ricercatori è la produzione del vaccino su larga scala. Con lo svantaggio che, visto che la malattia colpisce soprattutto gli Stati del sud del mondo che non hanno a disposizione acqua affidabile, il prezzo del prodotto non puo’ essere troppo alto o dovrebbe essere sovvenzionato. 

Annunci

Più vicini ad un vaccino contro lo stress

Dimenticate lo yoga o le pillole tranquillizzanti. Alleviare lo stress cronico potrebbe presto essere semplice come farsi un’iniezione. Un articolo pubblicato sulla rivista Wired rivela che oggi si è arrivati molto vicini a sviluppare il primo vaccino anti-stress in grado di rilassare le persone. Dopo 30 anni di ricerca per la cura dello stress, Robert Sapolsky, professore di neuroscienze all’Università di Stanford in California, ritiene che sia possibile alterare la chimica del cervello per creare uno stato di ‘calma concentrata’. Sapolsky sostiene di essere sulla strada verso la messa a punto, tramite le tecniche di ingegneria genetica, di un rimedio capace di eliminare la necessita’ di terapie di rilassamento o di farmaci da prescrizione. Lo stress cronico, al contrario delle preoccupazioni quotidiane, è legato a malattie che vanno dal diabete agli attacchi di cuore. Sapolsky, che per primo osservo’ i danni causati dallo stress sugli animali in Kenya, ha studiato ormoni chiamati ‘glucocorticoidi’, che fanno parte del sistema immunitario del corpo e aiutano a combattere il cancro e le infiammazioni. Tutti i mammiferi producono questi ormoni, che li aiutano a fronteggiare una minaccia, spesso con la fuga. Ma Sapolsky ha osservato che, mentre una zebra ‘spegne’ l’interruttore per la produzione delle sostanze chimiche legate allo stress dopo la fuga da un leone, l’uomo moderno non solo produce un numero eccessivo di ‘glucocorticoidi’ in risposta alle preoccupazioni di tutti i giorni ma non riesce neanche a ‘spegnere’ questo interruttore dopo. L’ormone in questione diventa tossico sia biologicamente, distruggendo le cellule cerebrali e indebolendo il sistema immunitario, che socialmente, quando la gente ha scatti d’ira contro i loro amici o la famiglia. Dopo diverse battute d’arresto, ora i ricercatori di Stanford sono riusciti ad adattare, tramite tecniche di ingegneria genetica, il virus herpes come ‘neuroprotettivo’ con lo scopo di neutralizzare gli ormoni dello stress prima che possano causare danni. Il virus ha lavorato bene sui topolini. “A essere onesti, io sono ancora stupito che funzioni”, ha ammesso Sapolsky. Dopo aver precisato che la sperimentazione umana è ben lontana, ha aggiunto: “Abbiamo dimostrato che è possibile”. “Siamo in grado di ridurre il danno neurale causato dallo stress“, ha concluso lo scienziato.

Vaccini facili grazie a un cerotto

Per chi ha il terrore degli aghi e delle siringhe, la notizia avrà il sapore di una piccola rivoluzione. Dall’altra parte del mondo arriva un nuovo cerotto in grado sostituire i metodi tradizionali utilizzati per iniettare i vaccini. Si tratta di un cerotto costituito da nanoparticelle che richiede soltanto due minuti per l’applicazione. È stato messo a punto da un’équipe dell’Istituto di Bioingegneria e Nanotecnologia dell’Università del Queensland, in Australia, guidata dal dott. Mark Kendle. Il cerotto avrebbe il vantaggio di ottimizzare l’efficacia del vaccino, come spiega il dott. Kendle: “con un centesimo della dose di vaccino di un’iniezione tradizionale, abbiamo ottenuto una resa equivalente e migliore. Crediamo che abbia il potenziale di rimpiazzare, o almeno di minimizzare il ricorso ad aghi e siringhe. I benefici saranno sia fisici che mentali. Innanzitutto vi è la fobia degli aghi, di cui soffre il 10% della popolazione. E poi le ferite o le contaminazioni da siringhe. Basti pensare che in Africa vengono eseguite circa un miliardo di vaccinazioni ogni anno, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 30% di esse non siano sicure a causa di contaminazione incrociata”. In passato, un’altra ricerca, stavolta americana, aveva prodotto un tipo di cerotto a microaghi studiato per ottimizzare la terapia antidiabetica, ma anche, in prospettiva, costituire la base per il primo vaccino antinfluenzale auto-somministrabile. Il coordinatore della ricerca, il dott. Prausnitz, aveva dichiarato: “il nostro obiettivo è di eliminare in molti casi la necessità di aghi ipodermici, sostituendoli con un’applicazione indolore e utilizzabile facilmente dal paziente. Anche se probabilmente all’inizio il cerotto dovrà essere utilizzato solo in strutture sanitarie, il nostro sogno è di fornire cerotti per vaccini auto-somministrati, che tra l’altro aumenterebbero di molto la copertura vaccinale, rendendo l’operazione molto più semplice, indolore e economica”. Pare che in questo caso i ricercatori australiani abbiano battuto sul tempo quelli americani.

Il primo vaccino terapeutico contro il cancro

Si chiama Provenge (Sipuleucel-T, Dendreon), ed è il primo vaccino terapeutico approvato dalla Food and Drug Administration contro il cancro, un’immunoterapia cellulare per il tumore alla prostata metastatico, sintomatico o minimamente sintomatico, da utilizzarsi nei pazienti che non rispondono alla terapia ormonale. Il via libera dell’Fda arriva dopo tre studi di fase III, che hanno coinvolto 737 pazienti, ma in particolare dopo l’esito dello studio Impact, un trial randomizzato di fase III su 512 uomini. I pazienti trattati col vaccino hanno avuto una sopravvivenza mediana di 25,8 mesi a fronte dei 21,7 dei pazienti trattati con placebo. Inoltre, la sopravvivenza a tre anni degli uomini sottoposti all’immunoterapia è aumentata del 38% rispetto ai controlli e complessivamente il vaccino ha ridotto il rischio di morte del 22,5% rispetto al placebo (HR=0.775).

«La disponibilità di questo farmaco offre una nuova opzione terapeutica ai pazienti con cancro alla prostata in fase avanzata, per il quale al momento ci sono poche terapie efficaci» ha commentato Karen Midthun, M.D., direttore del Center for Biologics Evaluation and Research dell’Fda. Ma come funziona il vaccino? Sipuleucel-T è un’immunoterapia cellulare autologa che sfrutta cellule umane vive per stimolare il sistema immunitario del paziente a rispondere al tumore. Ogni dose di vaccino è prodotta estraendo dal sangue del paziente cellule staminali emopoietiche mediante leucaferesi. Per aumentare la risposta anti-tumorale, le cellule sono esposte a una proteina che si trova nella maggior parte dei tumori prostatici, legata a un immunostimolatore, dopodichè vengono reinfuse nel paziente. In particolare, il vaccino è disegnato per favorire il riconoscimento da parte dei linfociti delle cellule che trasportano l’antigene PAP (Prostatic Acid Phosphatase ), espresso da quasi il 95% dei tumori alla prostata. Sipuleucel-T si somministra per via endovenosa in tre dosi a intervalli di due settimane l’una dall’altra.

Le difficoltà pratiche non mancano. L’azienda produttrice intende per ora fornire il vaccino a 50 centri che hanno già partecipato alle sperimentazioni su sipuleucel-T e prevede di aumentare la sua capacità produttiva nel prossimo anno. Come parte integrante delle attività post-marketing, Dendreon dovrà ora istituire un registro di circa 1.500 pazienti per valutare il rischio di eventi cerebrovascolari associati all’immunoterapia. Infatti, in quattro studi clinici randomizzati, tali eventi (inclusi gli ictus ischemici ed emorragici) si sono verificati nel 3,5% degli uomini trattati col vaccino contro il 2,6% dei controlli. In più il costo del farmaco non è da sottovalutare. Ogni infusione di sipuleucel-T dovrebbe costare circa 31mila dolari, e il costo totale dei 3 trattamenti previsti per la terapia è di 93mila dollari. Sulla base dei dati clinici disponibili, ogni mese di vita guadagnato avrebbe quindi un costo di 23mila dollari. Lo sviluppo del farmaco pare sia costato circa 1 miliardo di dollari. Secondo l’azienda, le richieste di farmaco inizialmente supereranno la capacità produttiva. Inizialmente sarà possibile trattare circa 2mila pazienti. Il farmaco infatti non può essere conservato in quanto viene prodotto partendo dal materiale biologico di ogni singolo paziente. Ogni lotto è quindi unico al mondo. Un fatto è, comunque, certo: l’approvazione del Provenge apre la strada ad altri approcci simili a questo, che sono già in fase avanzata di studio, da quelli rivolti contro il bersaglio MAGE-A3 del melanoma, su cui lavorano anche ricercatori italiani, al DCVax, già approvato in Svizzera contro una particolare forma di tumore al cervello.

di Marco Malagutti

In sperimentazione vaccino contro la cocaina (riduce gli effetti della droga nel 38% dei casi)

cocainaLa cocaina è una droga che distrugge l’individuo e dà una forte dipendenza. Per uscire dalla tossicodipendenza occorre una grande forza di volontà e lasciarsi aiutare. L’industria farmaceutica sta lavorando da tempo a un vaccino capace di ridurre gli effetti della cocaina e una ricerca scientifica americana, pubblicata sulla rivista “Archives of General Psychiatry”, descrive i test condotti su un vaccino anti-cocaina.

I dottori Bridget A. Martell e i suoi colleghi della Yale University School of Medicine, nel New Haven, e del Veterans Affairs Connecticut Healthcare System, nel West Haven, hanno sperimentato la profilassi anti-droga su 115 soggetti tossicodipendenti, riscontrando che il vaccino riduceva gli effetti della cocaina nel 38% dei casi. In pratica queste persone non mostravano nelle urine metaboliti della droga e questo fa supporre che questi individui abbiano potuto sviluppare specifici anticorpi anti-cocaina.

La percentuale di successo del vaccino è, comunque, molto bassa: si deve considerare che un vaccino al di sotto del 50% di efficacia non può considerarsi valido né essere immesso in commercio. A questo si aggiunga che i soggetti che avevano sviluppato un sufficiente livello di anticorpi “anti-coca”, lo mantenevano per soli due mesi.

Il nuovo vaccino, inoltre, potrebbe incrementare il consumo di cocaina, anziché ridurlo: i soggetti tossicodipendenti si farebbero più facilmente lasciare andare all’abuso di droga, sapendo che c’è un farmaco che potrebbe aiutarli.

L’ente americano di controllo su droghe, cibi e medicinali, la FDA (Food and Drugs Administration), non ha mai autorizzato nessun vaccino anti-droga: le terapie comportamentali e di recupero psicofisico dell’individuo sono quelle che danno i risultati migliori nel combattere la dipendenza dalle droghe, sia in termini di efficacia a lungo termine che in termini di rafforzamento della personalità dell’individuo, con conseguente modifica dei propri comportamenti errati. In ogni modo, descriviamo i particolari dello studio statunitense, di fase 2b, che ha testato il vaccino anti-cocaina su 115 soggetti dipendenti dalla droga, 58 dei quali selezionati in modo casuale. Questi ultimi hanno ricevuto l’iniezione vaccinale, mentre gli altri il placebo: il trattamento è durato 12 settimane e tutti i soggetti del campione sono stati sottoposti, tre volte a settimana per sei mesi, all’esame delle urine per ricercare in esse i metaboliti della cocaina.

Il programma completo di vaccinazione è stato ultimato da 51 persone: tra esse 21 (il 38%) hanno sviluppato buoni livelli anticorpali, pari a un minimo di 43 microgrammi per millilitro. Ricerche condotte precedentemente su animali e uomini, avevano dimostrato che anticorpi specifici nel sangue possono bloccare la cocaina prima che danneggi il cervello, riducendo gli effetti psicoattivi della droga e le possibili interazioni pericolose da essa provocate con altre sostanze.
I soggetti che mostravano buone quantità di anticorpi specifici contro la droga, erano gli stessi che, tra la nona e la sedicesima settimana dello studio, avevano livelli più bassi di metaboliti della cocaina rispetto agli altri vaccinati e al gruppo placebo. In particolare i volontari in cui il vaccino aveva aumentato la risposta anticorpale aveano urine senza tracce di cocaina nel 45% dei casi, contro il 35% degli altri partecipanti. Il dimezzamento della presenza della cocaina nelle urine era più frequente nei soggetti con maggior numero di anticorpi rispetto a quelli che ne avevano sviluppati di meno (53% contro il 23 per cento).

Per gli autori dello studio scientifico, sarà necessario ripetere spesso le vaccinazioni anti-cocaina per mantenere adeguati livelli di anticorpi specifici contro la cocaina nel sangue. Molti sforzi andranno fatti anche per convincere le persone tossicodipendenti a continuare il trattamento nelle fasi iniziali, visto che gli anticorpi aumentano molto lentamente di numero nei primi tre mesi di vaccinazioni. I ricercatori sottolineano anche come il vaccino che stanno studiando non può dissuadere i tossicodipendenti dall’assumere nuovamente droga: per questo motivo la profilassi andrebbe applicata a persone già in trattamento con metadone o in affiancamento a terapie anti-dipendenza. L’obiettivo che gli studiosi ora si propongono è quello di aumentare le percentuali di successo del vaccino, con un incremento degli individui con risposta anticorpale adeguata, e l’estensione dei periodi di astinenza, con un programma di lungo periodo di mantenimento dei livelli anticorpali. Lo studio americano non è il primo a occuparsi di un possibile vaccino contro la cocaina: già l’azienda britannica di biotecnologie Xenova aveva sperimentato un vaccino contro la cocaina a efficacia semestrale.

I risultati allora raggiunti, con tre test condotti negli Stati Uniti, indicavano che circa la metà dei tossicomani che avevano ricevuto questo trattamento potevano fare a meno della cocaina, almeno per un periodo. Questo è quanto annunciava alla BBC il direttore dell’azienda Xenova, David Oxlade.

Il vaccino inglese non permette di rimuovere il desiderio di assumere la droga, ma impedisce però il senso di piacere provocato dall’assunzione della cocaina, arrestando così il ciclo di dipendenza generato ad ogni nuovo consumo.

Il vaccino impedisce alla cocaina di circolare dal sangue al cervello, dove si innesca il meccanismo che facilità la dipendenza e dove si genera l’assuefazione.

È possibile che alcuni pazienti decidano semplicemente di passare ad un’altra droga, ammette Oxlade, ma occorreranno nuovi studi per approfondire tale aspetto. Lo studioso, in ogni caso, definisce un risultato notevole quello raggiunto finora. Quello che sembra evidente e raccomandabile, tuttavia, è che dalla droga si esce solo convincendosi che queste sostanze distruggono la vita personale, familiare e sociale di chi le assume. Per smettere e uscire dal tunnel possono essere d’aiuto alcuni farmaci, ma, fondamentalmente, serve un percorso di cambiamento, una continua assistenza psicologica, fisica e spirituale: serve lasciarsi aiutare e convincersi che la bellezza dell’esistenza non sta nell’euforia data da una “sniffatina”, ma nel riuscire a essere stessi con gioia e libertà. La droga, invece, incatena e schiavizza chi ne fa uso. Bisogna abbandonarla per non distruggere se stessi e la vita di chi sta intorno a un tossicodipendente.

Starnuti di primavera: contro le allergie vaccini e antistaminici

allergia“Maledetta primavera”: per chi è vittima di allergie respiratorie il titolo della famosa canzone rischia di assumere tutt`altro significato. Insieme alle belle giornate, infatti, arrivano pollini e fioriture e il 15-20% degli italiani comincia a starnutire, ad avere gli occhi arrossati, a respirare con difficoltà, a soffrire di un più generale disagio fisico.

Donne e bambini i più colpiti –  Sono questi i sintomi della pollinosi, una delle malattie più diffuse in Italia, che colpisce ogni anno circa 9 milioni di individui, un numero che oltretutto sembra sia in costante incremento. Sono in particolare i più giovani e le donne a soffrire di questa forma di allergia stagionale: i fattori scatenanti dell`insorgere del disturbo sono di natura genetica e ambientale. “Le allergie – spiega Lucia Testoni, allergologa di Humanitas – sono scatenate dagli ‘allergeni’, sostanze, tra cui anche i pollini, capaci di indurre una risposta immunitaria di tipo allergico in un ospite suscettibile. Numerosi studi dimostrano che le caratteristiche genetiche dell’ospite sono molto importanti nello sviluppo di allergie, anche se attualmente non sono ancora stati ben definiti i geni coinvolti nelle reazioni”. 

Allergie: 7 consigli per difendersi. Guarda la fotogallery. 

Come combatterle – L`inquinamento atmosferico, il fumo di sigaretta e lo smog alterano sia i meccanismi di difesa dell`organismo sia i ritmi naturali dell`impollinazione: gli allergeni sono aumentati e il periodo durante il quale circolano nell`aria si è allungato. Combattere le allergie è possibile: una volta individuato l`allergene che ne è la causa, basta sottoporsi ad un vaccino specifico che, se è effettuato regolarmente per alcuni anni, può ridurre considerevolmente i sintomi. 

Il pronto-intervento – Quando invece l`attacco allergico arriva imprevisto, è necessario intervenire con le terapie ad hoc: “Sì ad antistaminici, quelli di ultima generazione danno sempre meno sonnolenza – prosegue Testoni – e alla terapia topica oculare, nasale o bronchiale con cromoni, cortisone o broncodilatatori, sempre a discrezione dello specialista curante”.

fonte SALUTE24.it

Verso un vaccino per il citomegalovirus

virusUn trial dimostra che con una vaccinazione è possibile raggiungere un grado di protezione statisticamente significativo nei confronti del CMV materno: si tratta di un passo fondamentale verso l’obiettivo finale. Ogni anno, migliaia di bambini in ogni nazione nascono con un deficit mentale, motorio o di udito in seguito all’infezione da citomegalovirus (CMV) che avviene ancora allo stato fetale. Ora, uno studio finanziato dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) degli Stati Uniti, che fa parte dei National Institutes of Health (NIH), ha coinvolto 441 donne negative al CMV con risultati che autorizzano un cauto ottimismo per la possibile realizzazione di un vaccino in grado di prevenire il CMV congenito. Le donne che nel corso del trial avevano ricevuto il vaccino sperimentale, infatti, hanno mostrato un rischio di contrarre il virus diminuito del 50 per cento rispetto al gruppo placebo, a cui era stata somministrata una soluzione salina. “Questa sperimentazione dimostra che con una vaccinazione è possibile raggiungere un grado di protezione statisticamente significativo nei confronti del CMV materno: si tratta di un passo fondamentale verso l’obiettivo finale”, ha spiegato Robert Pass, dell’Università dell’Alabama a Birmingham, coautore dell’articolo apparso sul “New England Journal of Medicine”, pur sottolineando che occorrerebbe un trial più ampio per confermare i risultati. In questo caso è stato utilizzato un vaccino sperimentale realizzato a partire da una singola proteina del CMV, la glicoproteina B, in grado di provocare una risposta immunitaria nell’ospite. Il candidato vaccino, fornito da Sanofi Pasteur, includeva un adiuvante sperimentale, denominato MF59, aggiunto al vaccino per migliorare la risposta immunitaria che deve essere suscitata. In passato, alcune caratteristiche della biologia del CMV avevano indotto un certo scetticismo sulla possibilità di prevenirne l’infezione tramite un vaccino, come sottolinea Pass. Il virus, infatti, si è adattato a persistere in una persona infettata e viene trasmesso facilmente tramite il contatto diretto tra diversi fluidi corporei come l’urina, il latte materno, le lacrime, il sangue, lo sperma e la mucosa vaginale. I soggetti sani, tipicamente non sperimentano sintomi dopo aver contratto l’infezione. L’organismo reagisce con una risposta intensa ma l’immunità non impedisce le successive reinfezioni se la persona torna in contatto con il virus. In sostanza, l’infezione naturale non determina nell’ospite una risposta sufficiente a eliminare completamente il virus. Al contrario, una volta che la persona è stata infettata, il virus persiste per tutta la vita.


da gennaio 2011 ci trovi su HarDoctor News, il Blog

da gennaio 2011!

Il Meteo a Marsala!

Il Meteo

Bookmark & Share

Condividi con ...

Farmaci a prezzi imbattibili!

Farmacia On Line

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: