Archivio per maggio 2009

Sei Intollerante?

Premessa | Le Intolleranze Alimentari si manifestano di solito con una sintomatologia generale più o meno sfumata (stanchezza, cefalea, gonfiori addominali postpandriali, infezioni ricorrenti, dolori articolari, ecc) o con modificazioni cutanee (pelle secca, eczemi, orticaria, dermatiti ecc); spesso sono correlate a disordini del Peso Corporeo, sia in eccesso che in difetto. Esse sono riconducibili all’accumulo nel tempo delle sostanze responsabili di Ipersensibilità, fino ad un livello che ad un certo punto supera la “dose soglia“.  A causa di questo periodo di latenza, spesso risulta difficile accettare e comprendere come si possa “improvvisamente” diventare intolleranti ad un cibo comunemente introdotto quotidianamente  anche più volte (es. frumento, olio di oliva, latticini ecc). Queste reazioni non sono sempre immediate, ma si possono manifestare da 1 a 72 ore dopo l’assunzione del cibo in questione. Per ottenere un miglioramento dei sintomi, è necessario astenersi rigorosamente per almeno 2-3 mesi dall’assunzione del cibo incriminato, anche nelle sue forme nascoste e anche dall’assunzione di cibi che possono generare reazioni crociate.

Oggi secondo evento organizzato da Galeno Salute con il grant di Bromatech. E’ stato un successo!!!!

Abbiamo dedicato tutta la giornata al test sulle intolleranze alimentari; il nostro Ospite Specialista dott. Ciaccio Giorgio ha condotto più di 60 tests, individuando numerosi casi di Intolleranze ad Alimenti e consigliando svariate terapie.

A coloro che sono intervenuti diamo “Grazie di Cuore!“, sperando che siano rimasti contenti della professionalità del nostro Specialista e della nostra Organizzazione dell’evento.

A tutti coloro che non hanno potuto essere in lista prenotazione speriamo di dedicare altri giorni al test gratuito.

Certi di aver reso un servizio utile e di qualità Vi invitiamo a seguirci in altri nostri eventi …

dott. Carlo Cottone, manager di GALENOsalute
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Scoperto un nuovo farmaco per la tubercolosi

pilloleLa scoperta di un nuovo farmaco estremamente efficace nel trattamento della tubercolosi multiresistente è stata pubblicata sul numero di Science on line del 19 marzo 2009. Alla scoperta, portata avanti da un gruppo di ricerca internazionale, ha dato un fondamentale contributo anche l’Italia, grazie ai ricercatori dell’Università di Pavia, guidati da Giovanna Riccardi, che hanno identificato il bersaglio cellulare di una nuova classe di farmaci antitubercolari: i benzotiazinoni. La tubercolosi è una malattia infettiva provocata dal batterio patogeno Mycobacterium tuberculosis. Si stima che ogni anno la tubercolosi uccida 3 milioni di persone in tutto il mondo. Inoltre, l’insorgenza di ceppi multiresistenti ai farmaci antitubercolari di prima e seconda generazione (MDR e XDR) costituisce una minaccia per il controllo della malattia. Infatti, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, ogni anno ci sono 490.000 casi di MDR-TB e 40.000 casi di XDR-TB, per i quali ci sono poche speranze di salvezza. Si pone, quindi, l’esigenza di trovare nuovi farmaci e nuovi bersagli terapeutici. Il lavoro pubblicato su Science dal gruppo di Microbiologia Molecolare dell’Università di Pavia (Dipartimento di Genetica e Microbiologia), diretto dalla Prof.ssa Giovanna Riccardi, è collegato a questa importante problematica. La ricerca si inserisce in un progetto finanziato dalla Commissione Europea (VI Framework) dal titolo “NEW MEDICINES FOR TUBERCULOSIS” coordinato dal Prof. Stewart Cole (Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne), uno scienziato di fama internazionale da anni in prima linea nella lotta alla tubercolosi. Grazie al cospicuo finanziamento ottenuto dall’Università di Pavia è stato possibile realizzare questa importante scoperta. I ricercatori di Pavia hanno identificato il bersaglio cellulare di una nuova classe di farmaci antitubercolari: i benzotiazinoni. Tali farmaci sono stati sintetizzati dal Dr. Vadim Makarov (State Research Center for Antibiotics di Mosca) e dalla Dr. Ute Möllmann (Hans-Knöll-Institute, Jena). I benzotiazinoni sono risultati particolarmente efficaci contro isolati clinici di M. tuberculosis sia sensibili che multiresistenti ai farmaci. Il bersaglio dei benzotiazinoni identificato a Pavia è l’enzima Rv3790 essenziale per la vita di M. tuberculosis e coinvolto nella sintesi dell’arabinogalattano, un componente principale della parete cellulare micobatterica. La parete micobatterica è fondamentale per questo gruppo di batteri in quanto è molto più spessa rispetto a quella degli altri microrganismi e determinante per la resistenza intrinseca agli antibiotici in M. tuberculosis. Rv3790 è importante non solo come target di farmaci appartenenti alla classe dei benzotiazinoni, ma anche quale efficace bersaglio terapeutico per disegnare nuovi farmaci antitubercolari specifici. Il bersaglio è stato identificato utilizzando diversi approcci microbiologici. Sono stati isolati mutanti spontanei resistenti al farmaco in diverse specie micobatteriche, fra cui M. tuberculosis. Tutti i mutanti isolati presentano una mutazione nel codone 387 del gene Rv3790 di M. tuberculosis dove una cisteina è stata sostituita da una glicina o una serina. L’identificazione della proteina Rv3790 quale bersaglio dei benzotiazinoni e della cisteina quale amminoacido responsabile del legame del farmaco al bersaglio ha spinto i ricercatori pavesi verso nuovi possibili studi, tra cui l’individuazione di altri microrganismi patogeni contro cui utilizzare i benzotiazinoni. Da una ricerca in banca dati è risultato che quasi tutte le altre specie micobatteriche (M. bovis, M. leprae, M. gilvum, M. vanbalenii, M. ulcerans, etc.) e alcuni attinomiceti (Nocardia farcinica, Corynebacterium spp., Rhodococcus spp.) conservano la cisteina nella proteina Rv3790 e sono di conseguenza molto sensibili ai benzotiazinoni. M. bovis è responsabile della tubercolosi bovina, trasmissibile anche all’uomo, e M. leprae è l’agente eziologico della lebbra. Nocardia può causare infezioni opportunistiche nell’uomo e negli animali. Alcune specie di Nocardia sono agenti eziologici della nocardiosi cutanea o polmonare nell’uomo (Nocardia farcinica). I Rodococchi possono essere patogeni opportunisti dell’uomo, infettando persone immunocompromesse, specialmente affette da Hiv. Fra i Corinebatteri la specie patogena più importante per l’uomo è C.diphtheriae, agente eziologico della difterite. “Con le nostre ricerche – spiega la prof.ssa Giovanna Riccardi, responsabile del progetto presso l’Università di Pavia e coordinatrice del gruppo di ricercatori pavesi – abbiamo dimostrato che l’enzima Rv3790 è il bersaglio terapeutico di farmaci appartenenti alla classe dei benzotiazinoni nel patogeno M. tuberculosis. Questa scoperta sarà importante sia per fini diagnostici che per studi di nuovi farmaci antitubercolari. Infatti, anche se in letteratura sono stati identificati numerosi ipotetici bersagli antitubercolari, la loro validità rimane da dimostrare. La proteina Rv3790 appare invece fondamentale non solo per la vita di patogeni estremamente pericolosi quali M. tuberculosis e M.leprae, ma anche per microrganismi Gram-positivi strettamente correlati quali: Corynebacterium, Nocardia e Rhodococcus. In passato l’isoniazide, molecola antitubercolare per eccellenza, è stata definita un “proiettile magico” per la lotta alla tubercolosi; alla luce dei risultati ottenuti presso l’Università di Pavia si può affermare che l’enzima Rv3790 è un “bersaglio magico”. La scoperta del gruppo di Pavia, oltre che essere stata fondamentale per la pubblicazione dell’articolo sulla rivista Science, è stata oggetto di un brevetto internazionale. I tre autori dell’invenzione del gruppo di Pavia sono stati supportati, per la stesura del brevetto e per la conduzione delle trattative con le ditte interessate all’acquisizione della licenza, dal valido aiuto del Prof. Rino Cella, presidente del Centro per l’Innovazione ed il Trasferimento Tecnologico dell’Università di Pavia, e dalla Dr. ssa Francesca Negri, direttore dello stesso centro.

Correzione dei difetti visivi

La miopia, l’ipermetropia e l’astigmatismo possono essere corretti con occhiali, lenti a contatto o chirurgicamente. La miopia si corregge con lenti negative (divergenti). L’ipermetropia si corregge con lenti positive (convergenti). 

Gli occhiali sono adatti a correggere i difetti visivi fino ad un massimo di 6-8 diottrie o per differenze tra i 2 occhi di 3-4 diottrie, in quanto la distanza tra l’occhio e la lente crea immagini deformate. Nel caso del miope di 8 diottrie, il rimpicciolimento delle immagini creato dalle lenti è piuttosto rilevante. In questi casi la qualità della vista migliora con l’utilizzo di lenti a contatto.

Una giusta scelta vi da l’opportunità di avere il meglio dal punto di vista visivo e da quello estetico. 

Occhiali: miti e verità | Vale la pena di pagare molto un paio di occhiali di marca? Quanto sono validi gli occhiali acquistati per strada dagli extracomunitari o ricevuti come gadget? Perché proteggersi dai raggi ultravioletti? Esiste una lente a contatto migliore?

Protezione Ultraviolette: La radiazione ultravioletta, quella più corta dello spettro visibile, è radiazione ad alta energia. Essa è in parte bloccata dall’ozono (soprattutto gli UVB). La radiazione UV ha un ruolo nella genesi della cataratta, della maculopatia e dello pterigio, così come delle scottature cutanee, dei tumori della pelle e delle rughe. Diventa pertanto fondamentale proteggersi, particolarmente laddove l’ozono atmosferico è ridotto.

Tutte le lenti da sole di qualità bloccano totalmente i raggi UVB e la maggior parte degli UVA. Non è assolutamente vero che le lenti scure permettono il passaggio di maggior quantità di raggi UV perché dilatano la pupilla (gli UV sono filtrati a monte dalla lente prima di raggiungere l’occhio!). Maggiore è l’indice di refrazione della lente e migliore e la protezione, a parità di effetto scurente (inoltre queste lenti sono più sottili e leggere). Ad esempio, le lenti “Revo”, ideate alla NASA per gli astronauti, sono molto luminose pur bloccando sia gli UV al 100% che i raggi IR. Le lenti migliori non distorcono le immagini e riducono l’illuminazione quel tanto che basta a non dovere strizzare gli occhi in pieno sole. Non tutti richiedono la stessa protezione per ottenere un confort visivo, dato che questo è determinato anche dal diametro pupillare, dalla pigmentazione iridea e dalla velocità di reazione pupillare.

Materiali e trattamenti

Lenti in vetro (Minerali): hanno una maggior durata e non si rigano, ma si rompono facilmente quando cadono. Vi sono minerali molto resistenti e sottili, come il titanio ed il lantanio, adatte a correggere le miopie elevate.

Lenti in plastica (Organiche): il Policarbonato è il materiale più utilizzato in quanto più leggero e molto resistente agli urti, anche se può graffiarsi. E’ importante che la mescola sia di qualità, altrimenti la lente potrebbe imbarcarsi col calore, ad esempio se lasciata al sole sul cruscotto dell’auto. Le lenti più adatte ai difetti visivi più elevati sono quelle ad alto indice, perché più sottili. Sono senz’altro da preferire per i bambini.

Tinta: le lenti grigie non alterano i colori. Il classico grigio-verde Ray-Ban, ad esempio, è molto ben tollerato e riposante, ma enfatizza i toni blu e verdi, riducendo i gialli e rossi. Questo non danneggia in alcun modo, anzi, molti apprezzano i toni più carichi dati dallo shift di colore. I puristi ed i fotografi, d’altra parte, desiderano filtri neutri che riducano l’illuminazione senza alterare la percezione dei colori. In effetti, almeno a breve termine, la limitazione visiva di certi colori sembra ridurre la sensibilità a quegli stessi colori anche non utilizzando gli occhiali.

Lenti polarizzate: bloccano efficacemente la luce riflessa, per cui sono ottimali ed estremamente riposanti sulla neve ed in prossimità dell’acqua (al mare). Permettono pertanto di ottenere un miglior risultato rispetto ad una lente non polarizzata utilizzando un filtro più chiaro. Il loro difetto è che danno un fastidioso effetto di chiaro-scuro quando si osservano vetri o specchi (durante la guida).

Lenti fotocromatiche: in plastica o vetro, si scuriscono alla luce. Le migliori reagiscono più velocemente e sopportano maggiori escursioni di temperature.

La montature: quelle destinate ad occhiali sportivi devono essere avvolgenti, per non permettere l’ingresso di luce e di vento dai lati, anche perché la superficie dell’occhio non si disidrati. I materiali migliori mantengono forma e posizione sul naso, la vernice non si scrosta. A volte è necessario ricorrere a materiali anallergici per evitare fastidiose irritazioni cutanee.

Occhiali per i bimbi: è importante proteggere l’apparato visivo dei bimbi di ogni età, specie quando è ancora in sviluppo. Per i bambini troppo piccoli o che rifiutano ancora gli occhiali è utile un cappello con visiera. Le lenti ideali per i bimbi sono in policarbonato (più sicure e resistenti) e le montature consigliabili sono in plastica o, per i minori di 6 anni, quelle flessibili in nylon.

La qualità della lente: indipendentemente dal materiale, l’ottica della lente è fondamentale per una buona qualità visiva. Solitamente le lenti migliori sono più care, anche se spesso nel prezzo è inclusa la firma o l’ultima moda.

Lenti bifocali: Permettono un campo visivo ampio, ma solo due punti di fuoco (oltre i 2 metri e tra i 30 ed i 50 cm).

Lenti progressive: Consentono un fuoco ottimale a tutte le distanze, ma danno una lieve distorsione visiva sui lati, per cui bisogna imparare ad utilizzarli. Hanno inoltre un costo piuttosto elevato.

Lenti a contatto: miti e verità | Le lenti a contatto devono essere un’alternativa ragionata agli occhiali, ed essere utilizzate secondo la tolleranza individuale. Molte persone hanno bruciore o occhio rosso dopo il porto prolungato di lenti. In questi casi è opportuno evitare di indossare le lenti a contatto sul lavoro, in quanto questo comporta maggior secchezza dell’occhio. Sono particolarmente a rischio i videoterminalisti e coloro che svolgono professioni in ambienti ventosi (vela, sci).

Gas permeabili: sono lenti rigide ma permeabili all’acqua, di diametro inferiore rispetto a quello della cornea e mobili su di essa. Sono poco adatte all’uso infantile perché si possono perdere facilmente. Hanno il vantaggio di correggere bene i difetti astigmatici. Sono ideali per coloro che lavorano in ambienti sporchi (giardinieri, allevatori…).

Morbide: sono lenti altamente permeabili, larghe e praticamente immobili sulla cornea. Nella versione torica possono, almeno parzialmente, correggere l’astigmatismo.

A porto prolungato (semestrali o oltre, fatte su misura).

Usa e Getta o a ricambio frequente (mensili/settimanali): ideali per chi non ha mai portato lenti a contatto, in quanto sono maneggevoli ed hanno un’ottima tollerabilità.

Giornaliere: sono lenti morbide estremamente sottili ad uso singolo. Dato che non necessitano di disinfezione sono ideali per un uso sporadico. L’assenza di liquidi conservanti, che possono generare irritazioni, le rendono più tollerabili in età pediatrica, dove le allergie sono più frequenti. Inoltre sono igienicamente più sicure perché gli eventuali germi depositati vengono eliminati giornalmente con la lente.

Ginnastica ed esercizi per gli occhi | Esistono tecniche che si basano sul rilassamento dei muscoli oculari, riducendone la tensione. Questo a volte permette di ridurre la dipendenza dagli occhiali, migliorando l’acuità visiva senza lenti.

Queste tecniche sono: 

  • Il metodo Bates, sviluppato in Francia agli inizi del ‘900;
  • L’accomotrack, speciale strumento sviluppato negli anni’80.

Va precisato che l’ottenimento di una risposta è faticoso e necessita di un training con esercizi protratti nel tempo. Per di più il risultato tende a regredire negli anni. 

La chirurgia refrattiva | La chirurgia refrattiva interviene sulle lenti naturali dell’occhio (cornea e cristallino), modificandone il potere. Nella miopia la cornea viene appiattita con il laser, mentre nell’ipermetropia viene incurvata. Nel caso dell’astigmatismo invece, si appiattisce o s’incurva solo un meridiano corneale. In alternativa agli interventi eseguiti sulla cornea, si può inserire una lentina all’interno dell’occhio, oppure si può sostituire il cristallino con una lente di diverso potere. La presbiopia, essendo un difetto che si manifesta solo da vicino, può essere corretta in maniera efficace solo con gli occhiali. Si possono ottenere risultati accettabili, ma spesso insoddisfacenti, con le lenti a contatto (disponibili da pochi anni) e con la chirurgia refrattiva. Esiste una metodica chirurgica per ora solo in fase sperimentale che potrebbe rivelarsi utile in futuro.

Può un’analisi del sangue segnalare dei danni cerebrali?

Alcuni scienziati stanno facendo progressi nello sviluppo di un test del sangue capace di valutare la gravità di un trauma alla testa.

Basta presentarsi al pronto soccorso con dei dolori al petto perché i medici riescano a determinare, con una procedura abbastanza di routine – un’analisi del sangue ed un elettrocardiogramma – se si sia avuto o meno un attacco cardiaco. Un colpo alla testa è tutt’altra cosa. Ad oggi, non ci sono analisi del sangue approvate negli Stati Uniti come forma di diagnosi per danni cerebrali. Nel caso di traumi lievi al capo o più seri, che si manifesteranno appieno nel tempo, è difficile valutare in anticipo l’entità del danno subito dal paziente e se ci saranno conseguenze a lungo termine. Il caso che ha fatto tanto scalpore di recente, dell’attrice Natasha Richardson, morta il mese scorso dopo quella che era sembrata una caduta irrilevante sulle piste da sci, è una dimostrazione drammatica dell’incertezza che caratterizza questo genere di diagnosi. Secondo i resoconti riportati dai media, l’attrice camminava e parlava tranquillamente dopo la caduta, rifiutando ogni aiuto medico, per poi sviluppare un mal di testa ed essere trasportata d’urgenza all’ospedale. La Richardson è morta due giorni dopo di un ematoma epidurale, dove il sangue si accumula tra la membrane esterna del cervello ed il cranio. Una delle sfide maggiori per i medici è decidere come comportarsi con pazienti che arrivino al pronto soccorso con casi lievi di trauma o commozione cerebrale. In presenza di segnali tipici quali nausea e giramenti di testa, si opta di regola per una tomografia assiale computerizzata (TAC) alla ricerca di segnali di perdite di sangue nel cervello; quei pazienti che mostrano segni di perdite di sangue verranno ulteriormente tenuti sotto controllo e, in alcuni casi, sottoposti eventualmente a interventi chirurgici. È però difficile decidere chi abbia necessità di sottoporsi all’esame, motivo per cui molti lo subiscono inutilmente, mentre altri, per cui potrebbe risultare indispensabile, vengono mandati a casa. Gli scienziati sperano di poter individuare un’analisi del sangue che, rilevando tracce di proteine ed altre molecole emesse nel circolo sanguigno a seguito di un danno cerebrale, possano essere d’aiuto in queste occasioni. Lo sviluppo di un tale test si è rivelato però una sfida impegnativa. “La difficoltà sta nel fatto che i traumi al capo non sono sempre uguali, ” afferma David Hovda, direttore del Brain Injury Research Center alla University of California, di Los Angeles. “Un colpo alla fronte ed una torsione del collo provocheranno danni a zone diverse del cervello. Non solo: uomini e donne, anziani e giovani, ubriachi o sobri, ognuno avrà una manifestazione di trauma cerebrale differente. “Un test sanguigno già in uso in Europa per identificare pazienti affetti da trauma cranico prima di sottoporli a TAC , isola una proteina chiamata S100B, liberata dagli astrociti nel cervello a seguito di un danno. “Il ragionamento sarebbe che, in assenza di questo marcatore nel sangue, il paziente non avrà subito il tipo di danno cerebrale rilevabile con una scansione TAC,” afferma Jeffrey Bazarian, medico e scienziato del pronto soccorso alla University of Rochester Medical Center di New York. Questo tipo di analisi non è però ufficialmente riconosciuto negli Stati Uniti. In una serie di linee guida per la valutazione dei traumi cranici pubblicata recentemente, Bazarian ed altri stimavano che il test sul S100B potrebbe ridurre efficacemente il numero di scansioni TAC inutili. “La nostra previsione è che potrebbe eliminare l’inutile irradiamento di un numero considerevole di persone – circa il 30 percento [di coloro che arrivano al pronto soccorso con casi di trauma cranico],” afferma. L’utilità del test è però limitata. Non è in grado di predire come migliorerà il paziente sul lungo termine. Per esempio, coloro che riportano un basso livello della proteina in seguito al trauma, potrebbero aver subito danni cellulari non rilevabili dalla scansione TAC. Altri pazienti in cui si riscontrano emorragie cerebrali invece, possono riprendersi senza riportare conseguenze a lungo termine. “Noi ed altri come noi , stiamo cercando qualche indicatore che sia più sofisticato, che abbia un nesso con i danni cellulari e che non presenti problemi lungo strada,” afferma Bazarian. Il test sull’S100B potrebbe essere d’aiuto in questa ricerca. Le ultime ricerche portate avanti da Bazarian e dai suoi collaboratori, mostrano come sia capace di rilevare con accuratezza se la barriera emato-encefalica – una palizzata molecolare tra il flusso sanguigno ed il sistema nervosa che previene eventuali interscambi di proteine ed altri composti – sia aperta o chiusa. (Fino ad oggi, l’unico modo di misurare lo stato della barriera emato-encefalica era un test invasivo che prevedeva di infilare un catetere nel cervello passando per il cranio.) Ammesso che lo stato della barriera emato-encefalica non è un rilevatore specifico di trauma – la barriera può infatti venire aperta anche in occasione differenti quali un intenso sforzo fisico, ictus o meningiti – potrebbe tuttavia essere di supporto nella valutazione di altri biomarcatori nel sangue. Se la barriera emato-encefalica fosse chiusa, le proteine che si accompagnano al trauma cranico non avrebbero modo di raggiungere il flusso sanguigno, rendendo di conseguenza difficile la valutazione di altri test. “Se non si trovano marcatori di trauma cranico di alcun genere nel sangue, può essere sia perché non si ha trauma cranico, sia perché la barriera è chiusa,” afferma Bazarian. Il test potrebbe essere di supporto anche nella valutazione clinica di nuovi farmaci per il trattamento di trauma cranici. Un numero notevole di test su farmaci progettati per fermare infiammazioni ed altri processi biologici dannosi che divampano a seguito di danni cerebrali non ha avuto successo, forse anche perché i farmaci non hanno avuto modo di raggiungere il cervello. Se i medici fossero in grado di appurare con certezza lo stato della barriera emato-encefalica, chiusa o aperta, potrebbero nuovamente prendere in considerazione questi farmaci e provarne anche di nuovi, solo su questi ultimi. Sul lungo termine, gli scienziati vorrebbero arrivare a sviluppare un test ematico che possa predire la gravità del trauma nel paziente, oltre a dare una prognosi precisa. La Banyan Biomarkers, una startup con sede ad Alachua, FL, potrebbe essere la più progredita in questa impresa. Ricercatori della Banyan Biomarkers stanno testando diverse possibilità per individuare un pannello di biomarcatori connessi a traumi cranici lievi, moderati e severi sugli umani. Gli scienziati della compagnia stanno ora cercando questi biomarcatori in diverse centinaia di pazienti poco dopo che abbiano subito un trauma cranico, per determinare quando facciano esattamente la loro comparsa nel flusso sanguigno, quanto tempo durino, e con quanta accuratezza possano rilevare la gravità di un trauma cranico. Ronald Hayes, uno dei fondatori della compagnia, afferma che gli scienziati si aspettano di portare a compimento i loro studi entro la fine di quest’anno e inizio del prossimo, per poi partire nel 2010 con i test su larga scala necessari ad ottenere l’approvazione della FDA.

Fonte: Technology Review USA

Arriva il ciocco-spray: inalazione di piacere contro i chili di troppo

Quando l’olfatto soppianta il gusto: in arrivo dagli Usa il cioccolato sotto forma di spray, che soddisfa il desiderio del dolce alimento senza “far piangere” la bilancia. L`idea è stata messa a punto dai ricercatori della Harvard University, coordinati da David Edwards: hanno creato uno spray in grado di appagare la voglia di cioccolato senza determinare un accumulo di calorie.

Il prodotto – chiamato “Le Whif” e disponibile anche all’aroma di mirtillo, menta e mango.- si presenta come il “cibo del futuro”, in grado di mixare diversi stimoli sensoriali per raggiungere una gratificazione totale, ma senza correre il rischio di mettere su chili di troppo.

In formato-borsetta – Bastano un paio di nebulizzazioni e il desiderio di cioccolata viene placato: lo spray, che somiglia ad un fischietto, sfrutta la tecnologia dell`aerosol consentendo di vaporizzare una determinata quantità di microparticelle di cioccolato, che ne soddisfano il desiderio, ma risultano abbastanza grandi da non penetrare nel sistema respiratorio. In tal modo i polmoni di chi ne fa uso non corrono il rischio di essere danneggiati.

Saziarsi con l’olfatto – Lo spray è stato sperimentato su un gruppo di studenti della Harvard, che grazie al suo utilizzo, sono riusciti a ridurre l’apporto di cioccolato “solido”. Secondo gli studiosi, il principio di base è che mentre si assume del cibo si tende anche ad respirarne il profumo, per cui inalare le microparticelle di un alimento prelibato può, almeno in parte, placarne il desiderio. Il “ciocco-spray“, pertanto, potrebbe consentire di levarsi lo “sfizio” di una barretta tenendo sempre sotto controllo la linea, con un occhio di riguardo anche alla glicemia: anche i diabetici, affermano gli esperti, potranno “concedersi” questo piacere.

fonte salute24.it

Bellezza: viso a cuore e zigomi elevati, boom di filler tra le celebrità

Nicole KidmanAddio ai visi congelati da lifting estremi e ai sorrisi paralizzati da overdose di botulino. Quest’anno fra le celebrità non più giovanissime impazza la ‘pillow face’, un volto ‘a cuscinetti’ caratterizzato da zigomi prominenti, un’area sotto gli occhi incredibilmente liscia e piatta, labbra piene, e una fronte che non è solo liscia grazie al botox, ma anzi curva e ben imbottita. E la moda, notano gli specialisti in filler britannici sul quotidiano ‘Daily Mail’, sembra aver contagiato bellezze della musica e dello spettacolo, da Madonna a Nicole Kidman, ma anche Michelle Pfeiffer, Meg Ryan, Liz Hurley e Pamela Anderson. Perfino la first lady francese, Carla Bruni, mostra delle guance gonfie e piene che qualcuno malignamente definisce improbabili su una donna molto magra ‘over 40’. E se le celebrità assicurano che il loro aspetto liscio e polposo è frutto del ‘religioso’ consumo di litri e litri di acqua al giorno e maratone di yoga, gli specialisti non hanno dubbi nel puntare il dito contro il boom di trattamenti non chirurgici, in particolare filler artificiali, in voga per rimpolpare volti magri e scarni. I vecchi lifting erano basati sull’idea che la pelle che cede invecchia il viso, così i chirurghi tiravano l’epidermide per regalare un aspetto più giovane alle pazienti. Ma un altro aspetto importante dell’invecchiamento è la perdita di volume e pienezza sotto la pelle. In uno studio del 2007 un chirurgo plastico di Dallas (Usa) rivelò che con l’età perdiamo grasso vitale sul viso. Prima ‘sfugge’ quello intorno agli occhi, poi sugli zigomi, quindi intorno alla bocca e sotto le linee naso-bocca e, infine, sulla fronte e sui lati del viso. “L’ideale proporzione di una faccia femminile giovane è un triangolo rovesciato, con guance piene e fronte polposa, che culmina in un volto a forma di cuore”, assicura Michael Prager, chirurgo londinese specializzato in trattamenti anti-età iniettabili. “Quando invecchiamo, accade il contrario: perdiamo le nostre guance polpose e accumuliamo volume intorno a mento e collo. In un viso giovane la pienezza è negli zigomi, come accade alla Pocahontas della Disney, mentre invecchiando si concentra sul mento, come in Shrek”. Attenzione: la perdita di ‘sano’ grasso può iniziare già verso la fine dei 20 anni, avverte Prager. “Tutto – assicura – dipende dallo stile di vita. Ma è dai 30 che lo svuotamento delle guance inizia a farsi evidente, specie nelle persone che fanno molte diete e troppo sport, proprio come le celebrity”. Così sul mercato si sono moltiplicati i filler iniettabili: i più popolari a base di acido ialuronico. Si tratta di interventi temporanei, che durano un anno e sono perfettamente reversibili. Case cosmetiche, industrie farmaceutiche e chirurghi fanno a gara per creare il prodotto migliore e regalare alle donne guance tonde da bimba. Non solo: con il trattamento gonfia-zigomi la pelle sul mento si rialza automaticamente e le linee naso-bocca spariscono. Oltretutto in questo modo le celebrità possono dire, in completa onestà, di non esseri sottoposte ad alcun trattamento di chirurgia plastica. Se ben applicati i filler possono regalare un sottile effetto ringiovanente, ma a volte anche una sorprendente ‘faccia a cuscino’, piena di improvvise rotondità, tanto comune di questi tempi fra dive non più giovanissime. A volte si usa anche il grasso delle stesse pazienti, prelevato e impiantato dove serve. Ma in casi estremi il trattamento regala un aspetto tumefatto e ‘matelassé’ decisamente poco affascinante. Eccessi legati al fatto che “il grasso è imprevedibile, l’organismo usa quello impiantato, e così molti medici tendono a metterne troppo”, sottolinea il chirurgo plastico britannico Rajiv Grover. Anche moltiplicare i siti delle punturine di filler (alle tempie, intorno agli occhi) rischia di provocare un effetto-maschera decisamente grottesco. “Uno dei più grossi errori con i filler è voler creare qualcosa che prima non c’era”, dice Prager. L’antidoto? Andare dal chirurgo con una foto di quando si avevano 30 anni, suggeriscono gli esperti. Così si eviteranno trasformazioni eccessive.

Fonte Adnkronos Salute

Ombre su unghie perfette, con ricostruzione rischi cancro pelle

Ombre sulle unghie perfette, irrinunciabili alleate di bellezza. Sotto accusa le lampade Uv utilizzate per la loro ricostruzione: dopo aver applicato il gel, in migliaia di saloni di bellezza, ma anche nelle case per le amanti del ‘fai-da-te’, le mani finiscono sotto questi marchingegni per fissare il prodotto applicato e decorazioni come brillantini, strass o perline. Ma in Gran Bretagna è scattato l’allarme, dopo due casi di cancro alla pelle in donne che si erano sottoposte a questi trattamenti per conquistare unghie invidiabili. E i dermatologi dell’Università del Texas chiedono di fare ricerche approfondite per accertare la sicurezza o stanare i possibili pericoli che possono nascondersi dietro le lampade ‘fissa unghia’. Invitando le donne che si sottopongono a questi trattamenti a tenere alta la guardia.

I raggi che queste lampade emettono, infatti – per la modica cifra di circa 45 euro – potrebbero danneggiare le cellule della pelle, aprendo la strada alla neoplasia. I due casi britannici che hanno fatto scattare l’allarme, riporta il ‘Daily Mail’, riguardano una donna di 48 anni che ha sviluppato il cancro alla pelle della mano destra dopo essersi sottoposta alla ricostruzione delle unghie per ben otto volte l’anno, e una donna 55enne che ha dovuto fare i conti con il tumore dopo aver usato lampade per le unghie due volte al mese per 15 anni. In entrambi i casi, si tratta di un carcinoma squamoso delle cellule, un tipo di cancro della pelle meno dannoso rispetto al melanoma maligno.

Fonte Adnkronos Salute


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