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Nuove prospettive per il trattamento dell’Epatite C

 

E’ in fase di studio un nuovo farmaco capace di sopprimere il virus dell’Epatite C senza causare gravi effetti collaterali e senza generare resistenza. Si tratta di SPC3649, un oligonucleotide che inibisce la replicazione virale dell’HCV. Il nuovo trattamento viene ora sperimentato sull’uomo dopo i buoni risultati ottenuti su modello animale.

Un gruppo di ricercatori del Department of Virology and Immunology – Southwest National Primate Research Center, Southwest Foundation for Biomedical Research in collaborazione con i colleghi danesi del Copenhagen Institute of Technology presso Aalborg University e con la casa farmaceutica Santaris, stanno sviluppando un farmaco innovativo per il trattamento dei pazienti affetti da Epatite C che possa controllare in modo efficace l’infezione virale.

SPC3649 è un oligonucleotide modificato che risulta complementare al microRNA miR-122 espresso a livello epatico e necessario per la replicazione del virus dell’Epatite C.

SPC3649 agisce inibendo miR-122 e questo permette una riduzione significativa della viremia senza comportare resistenza virale o effetti collaterali negli animali trattati.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science.

I ricercatori hanno iniettato il nuovo farmaco in scimpanzé (Pan troglodytes) affetti da Epatite C. Gli animali sono stati trattati una volta a settimana con dosi da 1mg/kg o 5 mg/kg di SPC3649 per 12 settimane. La dose di 5 mg/kg ha consentito una riduzione significativa della viremia con una diminuzione dose dipendente del numero di virus presenti in circolo per una durata di 2 – 3 mesi dopo l’ultima iniezione eseguita.

La ricerca dimostra che il nuovo preparato risulta efficace, non sembra avere gravi effetti collaterali ed ha numerosi vantaggi rispetto ad altre molecole in fase di sviluppo, primo fra tutti la capacità di svolgere il proprio effetto terapeutico senza creare forme del virus resistenti – uno tra i principali problemi dei farmaci per l’Epatite C.

Il trattamento è efficace per gli scimpanzé, ma non è ancora chiaro se sarà altrettanto efficace sull’uomo dove il virus dell’Epatite C provoca danni epatici a lungo termine e quindi i farmaci potrebbero agire in modo diverso su cellule epatiche malate da tempo.

Fino ad oggi i test sono stati effettuati con successo su esemplari di scimpanzé (Pan troglodytes), unico primate oltre all’uomo suscettibile all’HCV.

Allo stato attuale il nuovo trattamento è in fase di sperimentazione sull’uomo in gruppi di volontari sani e i risultati saranno pubblicati nel corso dei prossimi mesi. Solo dopo sarà possibile valutare se proseguire i test su pazienti affetti da HCV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 3% della popolazione mondiale è stata infettata dall’HCV. Sono 170 milioni i portatori cronici, di cui circa 4 milioni in Europa, a rischio di sviluppare in futuro cirrosi e/o tumore al fegato.

Attualmente non esiste un vaccino e i farmaci disponibili per il trattamento della malattia comportano seri effetti collaterali e non sono sempre efficaci.

“Il trattamento è molto duro e richiede una terapia di 48 settimane che molti pazienti non tollerano facilmente soprattutto se hanno già sviluppato malattie epatiche.

I trattamenti attuali, basati sull’impiego di interferone e ribavirina funzionano solo nel 50% dei pazienti e causano numerosi effetti collaterali. Il meccanismo di azione di SPC3649 e la buona tollerabilità del trattamento potrebbero far si che questa nuova terapia vada in futuro a rimpiazzare l’interferone o venire associato ad esso nella cura dell’Epatite C” spiega Robert Lanford, ricercatore presso la Southwest Foundation for Biomedical Research e coordinatore dello studio.

SPC3649 ha altre caratteristiche che lo rendono particolarmente promettente nella terapia per l’HCV: le analisi condotte dimostrano che si ha una down-regulation dei geni coinvolti nella regolazione dell’interferone pertanto i dati mostrano che i cambiamenti nell’espressione genica potrebbero risultare utili per migliorare la risposta all’interferone nei pazienti che attualmente non rispondono al trattamento o non riescono a tollerare le terapie.

I farmaci oggi in uso sono messi a dura prova dalle continue mutazioni del virus dell’Epatite C con il conseguente sviluppo di resistenza, mentre il nuovo trattamento mira direttamente al virus dell’Epatite C riducendo la sua capacità di replicare e sembra che si riesca a bloccare la fase di replicazione senza apparentemente selezionare mutanti.

SPC3649 è un oligonucleotide sviluppato in Danimarca da Santaris mediante l’uso della tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid).

La tecnologia LNA (Locked Nucleic Acid) sviluppa versioni chimicamente modificate dei normali acidi nucleici. Queste versioni sintetiche, chiamate LNAs, migliorano le qualità degli oligonucleotidi che vanno a formare, essi infatti risultano più affini al loro RNA target, più facilmente assorbiti dai tessuti e più difficilmente metabolizzati.

Questo studio fa parte di un ampio progetto di ricerca sull’impiego dell’RNA come strumento per individuare e sviluppare metodi e trattamenti per numerose patologie.
L’approccio si basa sull’inserimento di sequenze antisenso in specifici tratti di RNA o di DNA così da bloccarne la funzione.

Uno dei principali obiettivi della ricerca è sviluppare molecole stabili e capaci di restare nel circolo sanguigno fino a raggiungere il tessuto da trattare.
Per raggiungere questo obiettivo i ricercatori danesi della Santaris hanno sviluppato un nuovo metodo che permette di creare molecole di DNA stabili che possono essere iniettate nel circolo sanguigno e restare abbastanza tempo per essere assorbite a livello epatico, dove risiede il virus dell’Epatite C.
Per creare questo tipo di molecola i ricercatori hanno alterato la struttura di una corta sequenza di DNA (locked nucleic-acid chemistry) rendendola altamente stabile e migliorandone fortemente l’affinità per il suo RNA complementare, in questo caso un microRNA chiamato miR-122 che viene sintetizzato dal genoma umano e serve al virus per replicare.

Il trattamento farmacologico basato sull’uso di oligonucleotidi per la terapia genica del fegato dimostra che questo tipo di molecole può essere introdotto nel circolo sanguigno e raggiungere il fegato senza la necessità di ricorrere all’inserimento in particolari capsule che ne consentano il rilascio.

Questo studio apre nuove e interessanti prospettive per il trattamento dell’Epatite C, ma servirà ancora molto tempo per mettere a punto il nuovo metodo e verificare con la dovuta cautela gli effetti a lungo termine e la sicurezza del farmaco.

MiR-122 controlla l’espressione di numerosi geni a livello epatico, tra cui quelli coinvolti nella regolazione del colesterolo e quindi, in teoria, il nuovo trattamento potrebbe indurre anche una benefica riduzione dei livelli di colesterolo.

Tuttavia non è ancora nota la funzione di altri geni che potrebbero risultare alterati dall’impiego del nuovo farmaco e che quindi potrebbero indurre, ad esempio, lo sviluppo di tumori. 

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Una mutazione genetica che protegge dall’epatite C

 

Una piccola mutazione genetica a carico di un gene che codifica per una citochina antivirale denominata interferone lambda consente di prevedere in che modo i pazienti infettati da epatite C reagiscono al trattamento, aprendo la strada alla personalizzazione della terapia di questa patologia difficile da trattare. È questo il risultato presentato nel corso dell’annuale conferenza della European Society of Human Genetics da Zoltan Kutalik, del dipartimento di genetica medica dell’ Università di Losanna, in Svizzera.

L’epatite C è una patologia del fegato causata dal virus denominato HCV che può essere contratta per abuso di sostanze, trasfusioni di sangue o per via sessuale. Circa il 10 per cento di tutti i pazienti non hanno cause identificabili di infezione.

Il virus produce un’infezione cronica in circa l’80 per cento dei soggetti infettati, e metà di essi non rispondono alle terapie esistenti. L’attuale trattamento prevede la combinazione di un interferone e di una antivirale, il ribavirin. Gli effetti indesiderati sono tuttavia diffusi e di una certa importanza, al punto che molti pazienti non sono in grado di proseguire la terapia.

L’analisi dei ricercatori di Losanna ha ora mostrato che un polimorfismo di singolo nucleotide, o SNP, a carico del gene IL28B, che codifica per l’interferone lambda, è associato in modo significativo con la capacità dell’organismo di eliminare il virus dell’epatite C.

In particolare, gli individui portatori dell’allele protettivo in questo locus genetico hanno una probabilità di eliminare l’infezione del virus doppia ai non portatori, e anche se non riescono a sconfiggerlo rispondono alla terapia in modo molto più efficace.

“Grazie ai nostri risultati, possiamo ipotizzare che il gene per l’interferone lambda sia cruciale per incrementare il successo della terapia, e i risultati dei trial attualmente in corso sembrano essere incoraggianti”, ha concluso Kutalik.

 

 

La terapia per l’Epatite C è in declino negli USA: vi saranno più decessi!

Solo una frazione dei 3,9 milioni di americani infettati dal virus dell’epatite C (HCV) – 663.000 persone – sono stati sottoposti a terapia antivirale tra il 2002 ed il 2007, e le percentuali di trattamento stanno diminuendo. In base ad una recente ricerca pubblicata online il 24 novembre dalla rivista Hepatology, se questa tendenza dovesse continuare tra oggi ed il 2030, si potranno prevenire solo il 14,5% dei decessi dovuti a problemi epatici correlati con l’epatite C. Michael I. Volk dell’Università del Michigan, Ann Arbor, ed altri scrivono: “Nelle ultime due decadi vi sono stati dei miglioramenti significativi nei trattamenti per l’HCV. La terapia di combinazione con Interferone Peghilato e Ribavirina può ora ottenere un tasso di risposta virologica mantenuto nel tempo (SVR) nel 50% dei pazienti, contro il 17% ottenuto con il solo interferone. I pazienti che presentano una risposta virologica mantenuta nel tempo (SVR) possono beneficiare di una remissione a lungo termine della malattia, con una mortalità correlata a cause epatiche comparabile a quella della popolazione generale. Le problematiche causate in futuro dal HCV potrebbero essere ridotte dalla terapia antivirale, ma tuttavia il suo utilizzo rimane limitato. Gli obiettivi di questo studio sono stati di determinare quanti pazienti con infezione da HCV sono sottoposti ad una terapia antivirale negli Stati Uniti, di stimare l’effetto sulla salute pubblica di questi tassi di trattamento, e di identificare le barriere per il trattamento. I ricercatori hanno prima ottenuto dalla Wolters Kluwer Inc. (che gestisce un audit elettronico delle farmacie negli USA) i dati sul numero di nuove prescrizioni per interferone peghilato effettuate negli anni dal 2002 al 2007. Hanno quindi utilizzato un modello markoviano dell’epatite C cronica negli USA dal 2002 al 2030 per stimare il numero di decessi correlati a cause epatiche che saranno prevenuti dall’attuale tasso di trattamento. Hanno infine utilizzato i dati del questionario di follow-up sull’epatite C forniti dall’indagine nazionale sulla salute e la nutrizione (National Health and Nutrition Evaluation Survey – NHANES Hepatitis C Follow-Up Questionnaire) per studiare le ragioni per cui non viene effettuato il trattamento. I ricercatori hanno trovato che sono state effettuate 126.000 nuove prescrizioni per prodotti di interferone peghilato nel 2002 ma che negli anni seguenti fino al 2007 tale numero è diminuito fino ad 83.000 prescrizioni all’anno. Gli autori dello studio hanno effettuato delle proiezioni che stimano che, se questo trend dovesse continuare, i pazienti trattati da qui al 2030 saranno meno di meno di 1,4 milioni. I risultati del questionario NHANES mostrano che la principale barriera al trattamento è la mancata diagnosi del HCV. Dei 166 intervistati, 69 hanno riferito di non essere al corrente di avere una epatite C. 12 degli intervistati non hanno consultato un medico ed 8 hanno rifiutato il trattamento. Solo 11 sono stati sottoposti a trattamento. Gli autori dello studio scrivono che: “Questo suggerisce che la principale barriera al trattamento è l’insuccesso nella diagnosi del HCV; la seconda pare essere la mancanza di un’indicazione da parte di un medico di sottoporsi a trattamento”. Vi è una prevalenza di maschi rispetto alle femmine tra coloro che non sono coscienti della loro diagnosi di infezione (rischio relativo [OR] 2,2; intervallo di confidenza [CI] 95%, 1,06 – 4,5), ed i maschi sono anche meno frequentemente consigliati di iniziare una terapia da parte del loro medico (OR, 0.36; 95% CI, 0.16 – 0.80). Comunque, maschi e femmine hanno avuto identiche percentuali di trattamento.
Gli autori dello studio riferiscono che la mancanza di assicurazione sanitaria è una importante barriera sia alla diagnosi che al trattamento. Gli intervistati senza assicurazione sanitaria sono quelli che hanno meno probabilità di essere coscienti della loro diagnosi (OR 4.8; 95% CI, 1.8 – 12.7) e quelli che hanno meno probabilità di essere sottoposti a trattamento (OR 0.3; 95% CI 0.03 – 2.6). Gli autori scrivono che tale mancanza di assicurazione sanitaria pone una “ovvia” barriera alla diagnosi ed al trattamento. “Nel 2001, il 30% dei pazienti con HCV erano non assicurati, e questo numero è probabilmente aumentato da allora”. Gli autori suggeriscono che un altro fattore che potrebbe limitare la presa di coscienza dell’infezione da HCV è la mancanza di raccomandazioni (linne guida) da parte della US Preventive Services Task Force sulla necessità di effettuare uno screening di routine. Per questa ragione i medici potrebbero considerare di bassa priorità l’identificazione dei fattori di rischio ed il test per l”HCV. I ricercatori notano anche che la conoscenza della malattia è limitata tra i medici di base e scrivono che “Per questa ragione, l’aumento del numero dei pazienti diagnosticati richiederà allo stesso tempo una educazione sia del pubblico che dei medici, così come richiederà l’attenzione al peggioramento del problema delle persone senza assicurazione sanitaria negli USA”. Le limitazioni dello studio includono l’utilizzo di una singola base dati, che potrebbe causare una sottostima del reale numero di pazienti sottoposti a trattamento per l’HCV, ed il fatto che il questionario NHANES di follow up sull’epatite C non fornisce adeguate informazioni a riguardo dei test diagnostici e dei trattamenti per l’epatite C. Gli autori aggiungono inoltre che le previsioni sugli andamenti futuri possono essere poco accurate. Gli autori concludono che lo sviluppo futuro o il miglioramento dei farmaci non avrà molto effetto sugli esiti dell’infezione da HCV a meno che non vi sia una maggiore percentuale di pazienti diagnosticati e indirizzati al trattamento. “Sono necessari degli sforzi maggiori da parte della sanità pubblica per aumentare l’accesso alla terapia antivirale per i pazienti con HCV“.

 (Info 220410)

Puntura accidentale con ago abbandonato nell’ambiente

siringaLa puntura o ferita con aghi abbandonati nell’ambiente (strada, spiaggia, giardini, spazzatura), è causa tutt’altro che rara di accesso alle strutture sanitarie, specie di Pronto Soccorso. Essa può avvenire sia in ambito occupazionale, per esempio negli operatori ecologici, che, in ambito non occupazionale, ed è solitamente associata ad inquietudine e preoccupazione nell’esposto o, in caso di bambini, nei genitori.

Nonostante la plausibilità biologica e la possibilità sperimentale di isolare virus dal sangue contenuto nei sistemi ago-siringa (anche dopo un periodo di alcuni giorni e a diverse temperature o gradi di umidità), non è mai stato documentato alcun caso di infezione da HIV, ed in realtà neanche da HBV o HCV, in seguito ad esposizione con aghi abbandonati nell’ambiente.

Dal punto di vista teorico il rischio di infezione attraverso questa modalità dipende dalla probabilità che l’ago in questione sia stato utilizzato da una persona infetta (praticamente dalla prevalenza di infezione tra i tossicodipendenti) e dalla carica virale in grado di trasmettere l’infezione che residua nel tempo nel sangue contenuto nell’ago. La bassa probabilità che il sangue coagulato eventualmente contenuto nell’ago contenga particelle virali ancora infettanti è la principale spiegazione della mancanza di casi documentati attraverso questa modalità di trasmissione. Nella valutazione epidemiologica, va inoltre considerato l’effetto “meccanico” di rimozione del materiale contaminato che l’ago spesso subisce nell’attraversare indumenti prima di penetrare la cute.

Per tali motivi la Profilassi Post-Esposizione dopo questo tipo di esposizione non è generalmente presa in considerazione e il counselling degli esposti attraverso questa modalità deve pertanto tendere essenzialmente a rassicurare.

La ricerca dell’HIV e il test anticorpale sul materiale residuo nella siringa non sono raccomandati.

Fanno eccezione le raccomandazioni del Gruppo pediatrico SIDA e della Sottocommissione clinica della Commissione federale per i problemi inerenti l’AIDS della Federazione Svizzera, Cantone Italiano, nelle quali si suggerisce il ricorso alla Profilassi Post-Esposizione quando la siringa contenga “sangue fresco visibile e la ferita sia profonda o l’utilizzatore sia noto come soggetto con infezione da HIV“.

TESTS DA ESEGUIRE

– entro una settimana dalla puntura, anti-HIV, HBsAg, anti-HBs, anti-HBc [immunoglobulina M (IgM) ed immunoglobulina G (IgG)], anti-HCV e transaminasi (per escludere una infezione da HCV o HBV preesistente);

– a 30 giorni dalla puntura HCV RNA qualitativo (per cogliere in fase precoce una eventuale infezione da HCV);

– a 3-4 mesi dalla puntura, anti-HIV, anti-HCV e transaminasi (per escludere definitivamente l’infezione da HIV e HCV);

– a 6 mesi dalla puntura, HBsAg, anti-HBs, anti-HBc (per escludere definitivamente l’infezione da HBV);

RISULTATI

Il soggetto è considerato infetto da virus dell’epatite C se risulta anti-HCV positivo;

il soggetto è considerato infetto da virus dell’AIDS se risulta anti-HIV positivo;

il soggetto è considerato infetto da virus dell’epatite B se risulta HBsAg positivo, anti-HBs negativo e anti-HBc positivo. Il soggetto è considerato come non infetto e non protetto se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs negativo e anti-HBc negativo. Il soggetto è considerato come protetto (dalla vaccinazione) se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs positivo e anti-HBc negativo, e come protetto (dal superamento dell’infezione) se risulta: HBsAg negativo, anti-HBs positivo e anti-HBc positivo.

PROFILASSI POST-ESPOSIZIONE (PPE)

Se il soggetto è HBsAg positivo e non è vaccinato, la PEP prevede una somministrazione di immunoglobuline (Ig) entro 48-72 h dall’incidente e, contemporaneamente, la somministrazione della prima dose di vaccino.

Se il soggetto è HIV positivo, la profilassi post-esposizione deve essere iniziata al più presto possibile, possibilmente entro 4 ore dall’infortunio e, comunque, non oltre le 72 ore. Grazie alla profilassi, c’è una buona probabilità che il virus non riesca a diffondersi a sufficienza per sopravvivere e venga eliminato dall’organismo. La profilassi consiste in un trattamento farmacologico simile alla HAART (Highly Active Antiretroviral Therapy), la terapia antiretrovirale seguita dalle persone già contagiate da HIV, ma che, invece, ha lo scopo di ridurre la probabilità di contagio dopo una possibile esposizione.

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Trasmissione sessuale del virus dell’epatite C

bacioLa trasmissione sessuale del virus dell’epatite C (HCV) è rara in coppie eterosessuali monogame. La trasmissione sessuale del virus dell’epatite C è rara in coppie eterosessuali monogame, questo secondo il risultato di 10 anni di studi prospettici pubblicati nell’edizione di Maggio dell’American Journal of Gastroenterology. 

In uno studio a lungo termine, 895 partners eterosessuali monogami di individui cronicamente infetti con HCV sono stati seguiti per un totale di 8060 persone-anno. Questi 895 partners, di cui 776 sposati (86,7%), sono stati seguiti per 10 anni, corrispondenti a 7760 persone-anno.
Durante il follow-up, vi sono state 3 infezioni HCV, corrispondente ad un tasso d’incidenza di 0,37 per 1000 persone-anno. La genotipizzazione dell’HCV, l’analisi della sequenza e l’analisi filogenetica ha suggerito che i corrispondenti partners erano portatori di differenti ceppi virali, il che avrebbe fatto saltare la regola di trasmissione HCV matrimoniale.
“I nostri dati indicano che il rischio di trasmissione sessuale dell’HCV è estremamente basso o addirittura nullo,” così ha scritto l’autore. Nessuna generale raccomandazione per l’uso del profilattico sembra essere richiesto per individui in relazioni monogame con partners HCV-infettati.”

Basati su questi studi, tuttavia, gli autori avvisano fortemente queste coppie di evitare la condivisione di oggetti d’igiene personale come spazzolini da denti, rasoi e taglia-unghie.

L’Associazione per lo Studio delle Infezioni e Malattie Metaboliche del Fegato appoggiano questo studio.

 

fonte Am J Gastroenterol. 2004; 99:855-859

Verso un cocktail di farmaci contro l’epatite C

Una combinazione di diverse terapie simile quelle utilizzate nei casi di infezione da HIV potrebbe essere il migliore trattamento per il virus dell’epatite C (HCV).
È quanto affermano i ricercatori dell’
Università di Leeds in base a uno studio che ha avuto come oggetto la proteina chiamata p7. Le analisi, infatti, hanno rivelato che le differenze genetiche nella codifica della proteina fra diversi ceppi virali sono in grado di alterare la sensibilità del virus ai farmaci che ne bloccano la funzionalità. La proteina p7, secondo le attuali conoscenze, riveste un ruolo importante nella diffusione dell’HCV in tutto il corpo e rappresenta un bersaglio terapeutico potenziale per aggredire il virus.
Il suo ruolo è stato scoperto nel 2003 da Steve Griffin, Mark Harris e Dave Rowlands della Facoltà di scienze biologiche della stessa università.
“Una delle sfide nella ricerca di nuovi trattamenti per il virus è la loro capacità di cambiare costantemente il loro corredo genetico”, ha spiegato Harris. “La nostra ricerca mostra che non sarebbe adatto adottare un approccio univoco per il trattamento dell’HCV con inibitori della proteina p7; riteniamo invece che diversi trattamenti in combinazione potrebbero avere una maggiore efficacia, dal momento che potrebbero tenere conto della variabilità di tale proteina.”
Si calcola che nel mondo circa 180 milioni di persone siano affette dal virus HCV, un patogeno che causa un’infiammazione del fegato che può portare a un’insufficienza epatica o a un tumore.
Il virus si diffonde per contatto con sangue infetto o altri fluidi biologici, è in larga parte asintomatico nelle prime fasi d’infezione e per esso non è ancora disponibile un vaccino. L’attuale trattamento standard prevede la somministrazione di farmaci antivirali non specifici ad ampio spettro.
In quest’ultimo studio Griffin e Harris hanno esaminato la risposta dell’HCV a un’ampia gamma di composti tra cui la ben nota molecola antivirale rimantadina, che ha come bersaglio una proteina simile del virus dell’influenza. Si è così riscontrato come l’efficacia del farmaco dipenda in effetti dalla variabilità genetica della proteina p7.”La nostra attenzione si è concentrata sulla rimantadina per verificare i suoi effetti poiché la p7 ha un ruolo simile a un’altra proteina trovata nel virus dell’influenza”, ha commentato Griffin. “Sebbene la rimantadina funzioni bene il laboratorio, ora abbiamo bisogno di sviluppare nuovi farmaci diretti specificamente contro la p7, e dovremmo sviluppare ulteriormente questo approccio per le future terapie.”

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Parliamo di … Epatiti

epatiti-virus.jpgL’epatite è l’infiammazione del fegato, dovuta a cause diverse: virus, farmaci, alcool, ecc. Molti virus possono modificare la morfologia del fegato nel contesto di infezioni che possono diventare anche di carattere sistemico. Tuttavia solo una minoranza di virus è epatotropa, cioè capace di portare come manifestazione clinica principale l’epatite. Alcuni (HAV e HEV) sono virus a trasmissione prevalentemente enterale, non cronicizzano e danno una infezione acuta; altri (HCV, HBV e HDV) sono virus a trasmissione prevalentemente parenterale e possono persistere nel tempo e quindi dare infezione e malattia di carattere cronico.Le epatiti possono essere acute o croniche. Le forme acute sono rappresentate dall’epatite virale e dall’epatite suppurata. L’epatite acuta virale è un processo con caratteristiche necrotiche infiammatorie del fegato indotto da virus che porta a: rigonfiamento cellulare degli epatociti infetti, flogosi, rigenerazione epatocitaria.L’epatite virale può anche essere causata, come prima accennato, da numerosi altri agenti virali. I più comuni sono il virus di Epstein-Barr (in corso di mononucleosi infettiva), il cytomegalovirus, il virus dell’herpes simplex, il virus della varicella-zoster, il gruppo dei virus coxsackie, il virus della febbre gialla.Le epatiti virali attualmente conosciute sono 6, ognuna delle quali provocata da un virus differente con caratteristiche molto diverse: Epatite A (HAV), Epatite B (HBV), Epatite C (HCV), Epatite D (HDV), Epatite E (HEV), Epatite cronica virale. Per ciò che concerne la sintomatologia la malattia insorge dopo un periodo di incubazione che va dalle 4 alle 12 settimane, a seconda del tipo di virus.Il suo quadro clinico si distingue in tre fasi:

  1. fase iniziale, con nausea, vomito, astenia, e febbre (più frequente nelle epatiti A ed E);
  2. fase itterica. La pelle e la sclera (la parte bianca dell’occhio) assumono una tipica colorazione giallastra (aumento di produzione di bilirubina da parte del fegato); si ha anche un forte aumento delle transaminasi;
  3. fase di guarigione. Se il decorso è normale, senza complicazioni, i sintomi generali si attenuano gradatamente, con una completa guarigione che va dai 1-2-mesi (epatite A ed E) ai 3-4 mesi (epatite B e C).

Nel 30% dei casi l’infezione persiste per più di 6 mesi, si parlerà di epatite virale cronica, con l’interessamento soprattutto dei virus B, C e D.Le forme croniche si evidenziano soprattutto negli stati di cirrosi epatica. Per ciò che concerne altri aspetti, specifiche, la terapia e l’assistenza per non dilungarmi Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti. Contattateci!!

www.galenosalute.net


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