Archivio per novembre 2010

ITALIANI SCOPRONO LA ‘MACCHINA DEI SOGNI’

Dove si formano i sogni e quali meccanismi si attivano per creare le vivide, intense, a volte allucinate immagini che popolano le nostre notti? Uno studio italiano pubblicato sulla rivista ‘Human Brain Mapping’ ha individuato la ‘macchina dei sogni’: due strutture profonde, l’amigdala e l’ippocampo, svolgono un ruolo cruciale nella regolazione delle emozioni e nella formazione delle memorie durante lo stato vigile, e sono responsabili dell’intensita’ emotiva e delle bizzarrie dei sogni notturni. La scoperta e’ di un team di ricercatori del dipartimento di Psicologia della Sapienza e del dipartimento di Neurologia clinica e comportamentale dell’Irccs Santa Lucia, insieme a ricercatori dell’Universita’ dell’Aquila e di Bologna. Grazie a una strategia completamente innovativa, che sfrutta l’elevata risoluzione delle piu’ recenti tecniche di neuroimmagine, e’ stato possibile misurare aspetti microstrutturali (volume e densita’) della sostanza grigia di amigdala e ippocampo mettendoli in relazione con le caratteristiche dei sogni ricordati al risveglio. E’ stato cosi’ possibile dimostrare che i parametri volumetrici e ultrastrutturali dei due nuclei profondi del cervello predicono gli aspetti qualitativi del sogno di ogni individuo. “Tutto e’ iniziato due anni fa”, spiega Luigi De Gennaro, coordinatore della ricerca, “quando ci siamo chiesti se aspetti microstrutturali della nostra anatomia cerebrale possono spiegare il perche’ alcuni di noi non ricordano i sogni, mentre altri ne conservano un ricordo cosi’ dettagliato che potremmo chiamarlo quasi ‘filmico’. Allo stesso modo, tra coloro che ricordano con regolarita’ i sogni, alcuni presentano narrazioni di estrema incongruenza e bizzarria ed elevata emozionalita’, mentre altri sono in grado di riportare poco piu’ che descrizioni assai povere di eventi e scene”. Le implicazioni di tale scoperta possono aprire prospettive completamente innovative per l’approccio neuroscientifico allo studio del sogno. I ricercatori infatti stanno studiando le alterazioni dei sogni in pazienti affetti da morbo di Parkinson, mettendo in relazione le variazioni di un neurostrasmettitore, la dopamina, deficitaria in questa patologia, la microstruttura dei nuclei cerebrali profondi e le caratteristiche dei sogni. “Tutto questo”, aggiunge De Gennaro, “non significa che solo gli aspetti strutturali del sistema nervoso spieghino le caratteristiche dei nostri sogni. Abbiamo infatti gia’ dimostrato che alcune condizioni specifiche, come il sonno profondo successivo a un lungo periodo di veglia, aboliscano quasi completamente il ricordo dei sogni. Allo stesso modo abbiamo dimostrato che una specifica attivita’ elettrica in delimitate aree della corteccia cerebrale durante il nostro sonno ci permette di prevedere se ricorderemo o meno i sogni dopo il risveglio”.

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L’EMEA approva un nuovo farmaco antipertensivo

 

La Commissione Europea ha confermato il giudizio positivo dell’EMEA, approvando l’associazione telmisartan e amlodipina come farmaco per la terapia dell’ipertensione in adulti che non riescono a raggiungere un adeguato controllo pressorio con amlodipina e in quei pazienti che sono già in terapia con telmisartan e amlodipina in compresse separate, consentendo loro di assumere entrambi i principi attivi allo stesso dosaggio, in un’unica somministrazione.
Il farmaco, prodotto dalla Boehringer Ingelheim, unisce in un’unica compressa telmisartan, antagonista del recettore dell’angiotensina II (ARB), al calcio-antagonista amlodipina e riesce ad ottenere riduzioni dei valori pressori sino a 50 mmHg, con mantenimento del controllo pressorio nell’arco delle 24 ore in una percentuale di pazienti che arriva circa all’83%. L’approvazione dell’associazione di telmisartan e amlodipina da parte della Commissione Europea giunge a seguito dell’esame dei risultati di tre studi clinici cardine, che dimostrano che il farmaco ha ottenuto riduzioni dei valori pressori significativamente maggiori e uniformi rispetto alle rispettive monoterapie nelle formulazioni 40-80mg/5-10mg e ha consentito all’82,7% dei pazienti di raggiungere l’obiettivo di controllo pressorio nell’arco delle 24 ore (<130/80 mmHg secondo i criteri AHA) nella formulazione 80mg/10mg.
Inoltre, i risultati di un recente studio randomizzato in doppio cieco controllato condotto su pazienti con ipertensione grave (TEAMSTA severe HTN) hanno dimostrato che l’associazione di telmisartan e amlodipina ha ridotto la pressione sistolica in media di circa 50 mmHg. Questa importante diminuzione osservata in quasi la metà dei pazienti, è fra le più alte riduzioni dei valori pressori mai raggiunte in studi su antipertensivi.
L’associazione di telmisartan e amlodipina è già stata approvata negli Stati Uniti a ottobre 2009.
 

Scoperto un gene iperattivo nella depressione

Il risultato apre le porte allo sviluppo di nuovi farmaci per la terapia dei casi di depressione refrattari ai trattamenti attualmente disponibili.

Un gene che sembra avere un ruolo particolarmente inmportante nello sviluppo della depressione è stato identificato nel corso di una ricerca condotta da neurobiologi dell’Università di Yale, ora pubblicata sulla rivista Nature Medicine. “Questa potrebbe essere una causa primaria, o quanto meno uno dei principali fattori causali di quelle anomalie nelle vie di segnalazione che portano alla depressione”, ha detto Ronald S. Duman, che ha diretto la ricerca. Il gruppo di ricerca di Duman ha condotto un’ampia indagine sul genoma grazie a campioni di tessuto cerebrale di 21 pazienti affetti da depressione deceduti, confrontandolo con quello di 18 persone che non erano affette dalla patologia. In questo modo i ricercatori hanno potuto scoprire che un gene, chiamato MKP-1, aveva un livello di espressione doppio nel cervello delle persone depresse. Questo gene ha la funzione di inattivare una via molecolare essenziale per la sopravvivenza e il buon funzionamento dei neuroni ed era già apparso coinvolto, ma non in modo così centrale, nella genesi sia della depressione sia di altri disturbi mentali. Grazie alla messa a punto di un gruppo di topi ingegnerizzati in modo da silenziare il gene MKP-1, i ricercatori hanno quindi appurato che essi risultavano particolarmente resilienti allo stress, e che quando invece il gene in questione veniva riattivato, iniziavamo a mostrare sintomi di tipo depressivo. La scoperta che un regolatore negativo di una importante via di segnalazione neuronale sia particolarmente attivo nella depressione permette di annoverare fra gli obiettivi terapeutici anche il gene MKP-1 e, in prospettiva, di sviluppare nuovi farmaci che potrebbero rivelarsi utili per la terapia dei casi di depressione che risultano refrattari ai trattamenti attualmente disponibili.

27 NOVEMBRE 2010: 2° GIORNATA NAZIONALE DELLA MALATTIA DI PARKINSON

Oggi in occasione della Seconda Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson, tratteremo di “Approcci innovativi alla riabilitazione del cammino” con il Dott. Giuseppe Frazzitta, medico specialista in Neurologia e Responsabile del Laboratorio di Diagnostica e Rieducazione neuromuscolare dell’IRCCS Fondazione “S. Maugeri”, Montescano (Pavia), Esperto in Malattia di Parkinson e nostro Ospite in GALENOsalute.

 

 

La malattia di Parkinson (MP) è una malattia degenerativa che interessa i neuroni dopaminergici della substantia nigra e che determina una sintomatologia caratterizzata da rigidità, tremore, instabilità posturale e bradicinesia. Questi sintomi determinano un peggioramento delle performance motorie ed in particolare della deambulazione. I pazienti parkinsoniani presentano una riduzione dell’ampiezza ed un aumento della cadenza del passo, una riduzione della velocità del cammino, una tendenza a “trascinare” i piedi, oltre al freezing e alla festinazione. La terapia farmacologica spesso si dimostra poco efficace nell’ottimizzare questi aspetti della malattia e pertanto è nata la necessità di interventi aggiuntivi atti a migliorare la deambulazione e la qualità di vita del paziente.

La riabilitazione si è proposta in questi anni come un trattamento integrativo a basso costo e diverse tecniche di trattamento sono state in questi anni utilizzate.

La prima tecnica ad essere stata utilizzata è quella dei Cues. Si definisce cue uno stimolo esterno temporale o spaziale in grado di facilitare l’inizio ed il mantenimento di un movimento. I cues possono essere uditivi, visivi o propiocettivi. Il cue uditivo può essere il “bip” di un metronomo o il tempo di un brano musicale, il cue visivo si ottiene utilizzando delle strisce disposte sul pavimento perpendicolarmente alla direzione del cammino del paziente ed invitando lo stesso a superarle, i cue propiocettivi sono degli stimoli tattili dati ritmicamente.

In questi anni è stata dimostrata l’efficacia in particolare dei cues uditivi nel migliorare l’ampiezza e la cadenza del passo oltre alla velocità del cammino (1). Minori evidenze esistono per i cues visivi per i quali sembra che ci sia un miglioramento soprattutto per l’ampiezza del passo (2). Per gli stimoli propiocettivi non esistono in letteratura dati scientifici che ne dimostrano la validità.

In che maniera agiscono i cues? La degenerazione dopaminergica nigrostriatale determina una ipoattivazione del sistema premotorio mesiale (supplementary motor area, anterior cingulate gyrus, dorsolateral prefrontal cortex), mentre il sistema laterale (primary motor cortex, lateral premotor area) è relativamente preservato e, attivato dai cues, può compensare il deficit del “self-paced movements”. L’utilizzo di cues permette al paziente di concentrarsi sul suo movimento, trasformandolo da automatico in volontario. In conclusione, i cues permettono di attivare il sistema laterale evitando così di utilizzare per l’esecuzione e il mantenimento del movimento il sistema premotorio mesiale la cui via passa attraverso i gangli della base interessati dal processo degenerativo (3).

L’altra tecnica utilizzata per migliorare la deambulazione dei pazienti parkinsoniani è il treadmill training. Nel 2000 Miyai e collaboratori dimostrarono che pazienti affetti da MP e sottoposti ad un ciclo con treadmill training con allevio di carico presentavano, dopo 4 settimane di trattamento, un miglioramento più spiccato rispetto ad un gruppo di controllo che effettuava solo un trattamento di fisioterapia convenzionale (4).

Nel 2007 un’altro studio dimostrava che il treadmill training, questa volta senza allevio di carico, era in grado di determinare un miglioramento della deambulazione nei pazienti affetti da MP e che questo miglioramento persisteva al follow up effettuato dopo 4 settimane (5).

Recentemente una revisione Cochrane ha evidenziato che l’uso del treadmill training nei pazienti con MP si è dimostrato in grado di migliorare in maniera significativa sia la velocità del cammino che l’ampiezza del passo (6).

Il treadmill tarining agisce come un cue esterno in grado di normalizzare i parametri del passo e di migliorare l’azione dei circuiti neuronali che contribuiscono al gait pacing . E’ stato inoltre ipotizzato che il treadmill training favorisca una “riorganizzazione corticale”, in particolare nell’area supplementare motoria, e che questa riorganizzazione possa essere alla base dei miglioramenti presentati dai pazienti (4).

Il nostro gruppo ha recentemente sviluppato una tecnica di associazione del treadmill training con un cue visivo e uditivo e ha testato questa metodica in un gruppo di pazienti affetti da MP e che presentavano un freezing della marcia (FOG) durante la fase “on”. Lo studio è stato effettuato confrontando questa metodica con una tradizionale che utilizzava la sola associazione di un cue visivo e uditivo. I pazienti di entrambi i gruppi venivano sottoposti ad un trattamento di 20 minuti al giorno, 5 giorni alla settimana, per 4 settimane. Al termine del trattamento i pazienti dei due gruppi avevano presentato un miglioramento statisticamente significativo dei parametri utilizzati per la valutazione, ma i pazienti che associavano ai cues il treadmill presentavano dei dati significativamente migliori. In particolare i metri che i pazienti che avevano effettuato il trattamento sperimentale percorrevano al termine del trattamento al 6 minutes walking test erano 351 contro i 283 del gruppo tradizionale. Questa quantità di metri percorsi è sovrapponibile ai metri percorsi nello stesso test da un soggetto sano parametrato per età. Contestualmente il punteggio al Freezing of gait questionnaire (FOGQ) era passato da 11.6 a 6.5 punti contro i 7.7 punti del gruppo tradizionale (7). Riteniamo quindi che l’associazione delle diverse tecniche riabilitative sia in grado di determinare dei miglioramenti della deambulazione più significativi di quelli ottenuti con le stesse tecniche utilizzate singolarmente.

L’Action observation è una tecnica che si è dimostrata essere in grado di migliorare l’efficacia del trattamento riabilitativo nei pazienti con esiti di ictus cerebri (8). Le aree motorie corticali sono attivate non solo durante l’esecuzione del gesto, ma anche durante l’immaginazione dello stesso o semplicemente durante l’osservazione. Su questa base è possibile ipotizzare che la action observation possa giocare un ruolo nel riapprendimento di sequenze motorie, probabilmente attraverso il mirror neuron system. Utilizzando questi principi, Abbruzzese e collaboratori hanno recentemente testato in uno studio randomizzato l’efficacia dell’associazione dell’action observation e della riabilitazione sul FOG. Dall’analisi dei dati al termine delle 4 settimane di trattamento è emerso che i pazienti del gruppo che associava l’action observation e la riabilitazione presentavano al FOGQ un punteggio più basso, rispetto ai pazienti che effettuavano solo la riabilitazione, anche se la differenza tra i due gruppi non raggiungeva una significatività statistica.. In particolare i pazienti presentavano un miglioramento più significativo del FOG all’inizio della marcia e nei cambi di direzione, mentre non c’erano differenze sostanziali per il FOG legato alla presenza di un ostacolo. Una differenza significativa del FOG fra i 2 gruppi a favore del trattamento sperimentale si aveva invece al termine del follow up di 4 settimane, indice di una efficacia migliore del trattamento sperimentale, probabilmente legata ad un potenziamento della capacità di riapprendere il movimento legata all’action observation (9).

Diversi trattamenti sono stati utilizzati in questi per il trattamento della deambulazione nei pazienti con MP, con risultati che, come nel caso del treadmill training, hanno ricevuto un riconoscimento dalla Cochrane Library. Rimane da definire un percorso condiviso che permetta di uniformare i diversi approcci riabilitativi al fine di offrire al paziente il miglior trattamento possibile per le sue problematiche della deambulazione.

 Prenota un Appuntamento con il dott. Frazzitta chiamando il 0923716110.

 

 

Bibliografia

Ellis T., Goede CJ, Feldman R, Wolters EC, Kwakkel G, Wageenar RC. Efficacy of a physical therapy program in patients with Parkinson’s disease: a randomized clinical trial. Arch Phys Med Rehabil 2005; 4:626-632.

Van Wegem E, Lim I, de Goede C et al. The effects of a visual rhythms and optic flow on stride patterns with Parkinson’s disease. Parkisnonism Realt Disord 2006;12(1):21-27

McIntosh GC, Brown SH, Rice RR et al. Rhythmic auditory-motor facilitation of gait patterns in patients with Parkinson’s disease. J Neurol Neurosurg Psychiatry 1997; 62:22-26.

Miyai I, Fujimoto Y, Ueda Y, Yamamoto H, Nozaki S, Saito T, Kang J. Treadmill training with body weight support: its effect on Parkinson’s disease. Arch Phys Med Rehabil 2000; 81: 849-852.

Herman T, Giladi N, Gruendlinger L, Hausdorff JM. Six weeks of intensive treadmill training improves gait and quality of life in patients with Parkinson’s disease: a pilot study. Arch Phys Med Rehabil 2007; 88: 1154-1158.

Mehrholz J, friis R, Kugler J, Twork S, Storch A, Pohl M. Treadmill training for patients with Parkinson’s disease. Cochrane Database Syst Rev 2010; 20(1):CD007830.

Frazzitta G, Maestri R, Uccellini D, Bertotti G, Abelli P. Rehabilitation treatment of gait in patients with Parkinson’s disease with freezing: A comparison between two physical therapy protocols using visual and auditory cues with or without treadmill training. Mov Disord. 2009 Jun 15;24(8):1139-43

Ertelt D, Small S, Solodkin A et al. Action observation has a positive impact on rehabilitation of motor deficits after stroke. Neuroimage 2007;36(suppl 2):164-173.

Pelosin E, Avanzion L, Bove M, Stramesi P, Nieuwboer A, Abbruzzese G. Action observation improbe freezing of gait in patients with Parkinson’s disease. Neurorehabil Neural Repair 2010 May 7 [Epub ahead of print]

1 Convegno ISDE Mazara del Vallo | 27 novembre 2010

Cari Amici, 

domani a Mazara del Vallo si svolgerà alle ore 17.00 presso il Baglio Bonacasa, il 1° Convegno ISDE promosso da ISDE ITALIA (International Society of Doctors for Environment) e KIWANIS SATIRO.

Si tratta di un incontro pubblico dal titolo: “INQUINAMENTO AMBIENTALE e TUMORI INFANTILI” e saranno presenti tre relatori:

  • Dott. Vincenzo Pecunia, Presidente ISDE della Sezione di Mazara del Vallo (TP);
  • Dott. Ernesto Burgio, Pediatra e Coordinatore del Comitato Scientifico ISDE ITALIA;
  • Dott.ssa Gabriella Filippazzo, Direttore Sanitario di Presidio A.O. Cervello (Palermo), membro di ISDE Italia.

Al giorno d’oggi, in molti casi, la terapia dei tumori infantili consente risultati talora straordinari, con guarigioni un tempo insperate, pur al prezzo di sacrifici e di drammatiche esperienze vissute dai piccoli pazienti e dalle loro famiglie, con percorsi lunghi e difficili anche per le possibili conseguenze a medio e lungo termine. Tuttavia, a fronte di confortanti risultati terapeutici ottenuti in alcune forme tumorali dell’infanzia, stiamo assistendo  ormai da decenni e specialmente nel nostro paese, ad un inesorabile aumento dei tumori infantili. Dai dati pubblicati nel 2008 dall’ Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) riguardanti i dati di incidenza fino al 2002,  risulta infatti che nel nostro paese i tassi di incidenza tra 0 e 14 anni per tutti i tumori sono mediamente aumentati del 2% all’anno. La crescita è statisticamente significativa per tutti i gruppi di età e per entrambi i sessi. In particolare tra i bambini sotto l’anno di età  l’incremento è addirittura del 3.2% annuo e tra 10 e 14 anni l’incremento è del + 2.4% annuo. Il cambiamento percentuale annuo nel nostro paese risulta il più alto d’ Europa sia per  tutti i tumori (+2% contro l’1.1% in Europa), che per la maggior parte delle principali tipologie di tumore; addirittura per i linfomi l’incremento è del 4.6% annuo contro un incremento in Europa dello 0.9%.

Quanto sopra pone interrogativi non rimandabili circa le cause di queste patologie e in particolare circa  il ruolo che rivestono fattori di rischio ambientali quali gli innumerevoli agenti cancerogeni chimici e  fisici, sempre più diffusi nel nostro habitat  ed a cui sono sempre  più esposti i nostri bambini fin dalla vita intrauterina. I risultati terapeutici ottenuti non sono di per sé sufficienti a  farci ritenere  soddisfatti, né ci si può nascondere dietro giustificazioni sicuramente non applicabili al preoccupante aumento di questi tumori (stili di vita, invecchiamento della popolazione, miglioramento delle diagnosi …), anche perché sono sempre più numerosi i dati tossicologici, pre-clinici, biologici che fanno ipotizzare legami forti fra questo fenomeno e l’inquinamento ambientale.

Se davvero vogliamo proteggere e tutelare l’infanzia non possiamo esimerci dall’affrontare un tema così cruciale anche per le specifiche responsabilità che ricadono sui diversi  settori della società.

Tutti siete invitati a partecipare!

Dott. Carlo Cottone

L’Emicrania aumenta il rischio di morte per infarto

 

Le persone che soffrono di una grave forma di emicrania hanno maggiori probabilità di morire a causa di una malattia cardiaca e di un infarto. E’ quanto emerge da uno studio dell’Università dell’Islanda pubblicato sulla rivista British Medical Journal. Si tratta del primo studio ad aver trovato un nesso tra emicrania con aura – un tipo di emicrania che può durare 72 ore causando disturbi visivi, vertigini e nausea – e specifiche cause di morte. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno seguito 18.725 persone, a cui è stato chiesto se soffrivano di emicrania, per 40 anni. Ebbene, dai risultati è emerso che coloro che avevano l’emicrania con aura alla fine hanno avuto il 27 per cento di probabilità in più di morire per malattie cardiovascolari, tra cui patologia cardiache e infarto. I soggetti affetti da emicrania con aura, in particolare, hanno il 28 per cento di probabilità in più di morire per malattia coronarica e il 40 per cento di probabilità in più di morire per un infarto. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che l’emicrania aumenta il rischio mortalità in generale, anche se di poco. 


I cambiamenti improvvisi che scatenano la depressione

 

Se il cambiamento è uno shock la depressione è in agguato | Una persona fa da anni un lavoro di prestigio quando, all’improvviso, l’azienda lo parcheggia in un ruolo diverso e meno importante. Oppure: una donna vive da trent’anni per i figli; poi in breve li vede sposati, che vanno ad abitare lontano. O ancora: un anziano è un punto di riferimento nel quartiere, tutti lo conoscono e lo stimano, ma di colpo è costretto a traslocare altrove, in un luogo dove non conosce nessuno. Sono tre situazioni diverse accomunate da una stessa sensazione: quella di sentirsi inutili, di non servire più. In tutti questi casi si può cadere vittime della depressione.

Quando i ruoli rigidi diventano una zavorra inutile | Prima c’era un ruolo ben preciso che scandiva l’esistenza e dava senso a tutto, poi ecco il cambiamento non voluto, che viene sentito come un lutto, una perdita di se stessi. È questo lo schema che può innescare una depressione anche molto seria.

Queste crisi però non colpiscono tutti, ma solo le persone che hanno investito tutto il proprio senso di identità e la motivazione dell’essere al mondo su un solo ambito o ruolo: un uomo che “è” il suo lavoro, una donna che da sempre si vive solo come “mamma di figli da accudire”, un anziano che si sente vivo solo se la sua esperienza serve a chi sta intorno a lui…

Per battere questa depressione aprire gli orizzonti | Questo viversi in maniera mono-dimensionale, puntando tutto su un unico modo di essere e lasciando il resto in secondo piano, espone al rischio di sentirsi sganciati dalla vita, dagli altri e da se stessi, di sentirsi profondamente soli.  E quindi di cadere in depressione. Se vogliamo prevenire crisi dolorose oppure uscirne rapidamente, è necessario ampliare gli interessi e sondare nuovi ambiti d’azione: ciò fornisce una più grande “base di esistenza” che ripara dai cambiamenti anche bruschi che la vita talora propone.                           

Come prevenire questa forma di depressione

Coltiva la curiosità | La realtà è molto più varia di quel che sembra. Basta curiosare un po’ e subito vedrai aprirsi mondi sconosciuti, che erano a un passo da te.

Vivi un altro ruolo | Fai il possibile per sviluppare un secondo ambito o ruolo di riferimento oltre a quello consueto. Farà da scialuppa in caso di tempesta.

Cerca amici differenti | Non fissarti sui soliti amici: apriti anche ad altre conoscenze, o riprendi in mano amicizie trascurate a causa della tua “monomania”.

Come uscire dalla crisi

Fai un viaggio | Se ti è possibile organizza un viaggio, con chi vuoi, in luoghi dove non sei mai stato. Il cervello ha bisogno di scenari e stimoli del tutto inediti.

Frequenta un corso | Iscriviti a un corso nel quale recuperare la dimensione perduta, o che sia stravagante e di assoluta novità. Non crogiolarti nel senso di inutilità.

Consulta uno specialista | Devi sapere perché ti senti così inutile e stai così male. Alcune sedute di psicoterapia possono focalizzare il problema e poi orientarti.



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