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Notti di sesso, un mito da sfatare? Bastano “solo” 10 minuti?

La notizia uscita da pochi giorni in merito alla durata dei rapporti sessuali, potrebbe sfatare il mito del doversi intrattenere con il proprio partner per una notte intera o per svariate ore.

Infatti un rapporto davvero soddisfacente dovrebbe durare una decina di minuti. Questo in base ad una indagine effettuata fra cinquanta specialisti della “Society For Sex Therapy and Research” e poi pubblicata sul “Journal of Sexual Medicine“.

Gli esperti in questione, basandosi sulla propria esperienza professionale con migliaia di coppie, sono riusciti a definire quale dovrebbero essere i “tempi dell’amore”. Da 3 a 7 minuti siamo nei limiti dell’accettabile, 1-2 minuti ovviamente sono insufficienti, mentre al di sopra dei 13 minuti il rapporto dura troppo con la conseguenza di diventare noioso. Alla luce di ciò, un rapporto della durata di 10 minuti, in base a questi studiosi, sarebbe soddisfacente.

Un’intera notte di sesso è una fantasia diffusa, che se tradotta in pratica, non dà i risultati sperati“, afferma il dottor Eric Corty, psicologo, autore dello studio in questione e professore alla Penn State University. “Speriamo che questa ricerca dissipi le fantasie e incoraggi uomini e donne con dati realistici“.

Mettiamo, quindi, al bando la fantasia, preliminari ed effusioni varie?

Diamo una misura, in termini di tempo, a qualcosa di molto personale e variabile?

E’ ovvio che un rapporto troppo breve non permette di raggiungere un accettabile livello di piacere. Così come una durata eccessiva, per la maggior parte delle coppie, rappresenta una noiosa e stancante “maratona”.

Ma una cosa è certa: ognuno ha i propri tempi, così come ogni coppia ha le proprie dinamiche. Dieci minuti possono essere abbastanza per alcuni, ma davvero pochi per altri. Sesso ed amore, di solito, vanno ben al di là di questi numeri.

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Se la cura dipendesse dal sesso?

Gli studi dimostrano che le malattie dei maschi e quelle delle femmine sono diverse. Dall’infarto al tumore del polmone, al dolore. Ecco come cambiano le terapie.

E se le medicine fossero due? Prendiamo il farmaco più famoso al mondo, l’aspirina. E prendiamo l’uso che ne fanno decine di milioni persone nel mondo come strumento preventivo, per ridurre il rischio di infarto del miocardio. Milioni di ‘aspirinette’ deglutite ogni mattina da milioni di uomini e donne nel mondo. Giusto? Fino a un certo punto, perché un grande studio pubblicato da Todd Yerman della University of British Columbia, esaminando 23 sperimentazioni condotte per quarant’anni, ha scoperto che la terapia a base di aspirina potrebbe essere inutile nelle donne. E, quindi, che milioni di pillole vengono ingerite inutilmente col loro inevitabile carico di inutili effetti collaterali.

Il lavoro di Yerman è uno dei tanti che stanno cambiando le carte in tavola. Il fatto è che una stessa malattia può manifestarsi in modo molto diverso negli uomini e nelle donne, e le terapie possono essere del tutto dissimili. E se per secoli la scienza medica si è esercitata su un corpo-modello, nei fatti quello dell’uomo, migliaia di ricerche oggi indicano che le cose sono assai più complesse. E soprattutto che la ricerca clinica deve cambiare registro, cominciando a differenziare gli studi sui farmaci: lo sottolinea con forza il numero di marzo della rivista ‘Science‘, l’organo dell’American Association for the Advancement of Science che punta il dito sull’uso quasi esclusivo di cavie maschili nelle sperimentazioni precliniche che indagano come i farmaci vengono assorbiti dall’organismo e se sono sicuri. Per questo a ottobre, Padova ospiterà il secondo congresso nazionale sulla medicina di genere, organizzato dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere e dalla Fondazione Giovanni Lorenzini.

È una rivoluzione silenziosa quella delle due medicine, che va avanti da alcuni anni, accumulando evidenze scientifiche e dando anche indicazioni precise ai medici su come comportarsi. La racconta un libro in arrivo ‘Il Fattore X’ di Letizia Gabaglio ed Elisa Manacorda, con una prefazione di Marianne Legato. 

Ecco i risultati scientifici che hanno cambiato la faccia di molte patologie.

Lo stomaco | Cominciamo da una delle malattie più diffuse: sono due i tipi di ulcera che colpiscono il tratto digerente superiore, uno è tipico del sesso femminile l’altro del sesso maschile. Le donne sono più soggette all’ulcera gastrica (in cui la lesione si forma nello stomaco a causa dell’azione dei succhi gastrici), gli uomini soffrono soprattutto di ulcera duodenale (che interessa, cioè, il primo tratto dell’intestino). E la loro prognosi è peggiore: la probabilità che l’ulcera guarisca è maggiore nelle donne che non negli uomini. Grazie agli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi. In questo caso all’azione del progesterone, che inibisce la formazione dei succhi gastrici, si aggiunge anche quella degli estrogeni, che potenziano le difese della mucosa. 

I polmoni | La progressione del tumore al polmone, la mortalità, le reazioni alle terapie: sono tutti fattori che influenzati dal sesso, come mostrano i dati dall’Associazione Italiana Registri Tumori. E persino la sigaretta fa più danni nella donna che non nell’uomo, meno sensibile agli agenti cancerogeni. Non se ne conoscono ancora le cause, ma alcuni ricercatori stanno cercando di fare un po’ di luce. Carolyn Dresler dell’International Agency for Research on Cancer di Lione (Francia) ha trovato che una specifica combinazione dei livelli di due enzimi è legata a un maggior rischio di sviluppare il cancro al polmone, e che tale condizione è più pericolosa per il sesso femminile. Non solo: le donne portano più frequentemente degli uomini mutazioni genetiche che influiscono negativamente sia sul rischio di sviluppare la malattia, sia su alcuni meccanismi di riparazione del Dna. Ma è proprio questo deficit della macchina riparativa del Dna che paradossalmente aiuta l’organismo femminile a rispondere meglio ai farmaci: sia al platino, l’elemento più utilizzato nelle chemioterapie per i tumori al polmone, che alle terapie con erlotinib e gefitinib , due molecole che colpiscono il recettore del fattore di crescita epiteliale (EGFR). Tutte prove che dimostrano l’urgenza di indagare meglio l’efficacia dei trattamenti nella popolazione femminile. 

Il cuore | Gli ultimi dati pubblicati sul ‘Journal of the American Medical Association’ (Jama), a firma dei ricercatori della New York University School of Medicine (Usa), indicano che il rischio di morte per una sindrome coronarica acuta o un attacco cardiaco è superiore nelle donne che negli uomini. Così, in Italia, restano vittime di un attacco di cuore circa 33 mila donne ogni anno (cifra tre volte superiore a quella dei decessi per tumore al seno). “La protezione contro le malattie cardiovascolari conferita dagli estrogeni durante l’età fertile ha un prezzo”, spiega Maria Grazia Modena, direttore dell’Istituto di Cardiologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia: “Negli uomini, la malattia coronarica comincia prima, e questo dà loro la possibilità di adattarsi, rispondendo ai piccoli insulti ischemici con bypass naturali, piccoli passaggi laterali nei vasi sanguigni. Questo è un vantaggio, perché in caso di un attacco cardiaco, il loro organismo è in grado di attivare questi microcircoli secondari”. Con l’arrivo della menopausa, la donna si trova invece esposta improvvisamente a tutta una serie di fattori di rischio – ereditari, dovuti agli stili di vita (come fumo e stress) e fisiologici (come l’aumento del grasso addominale, l’ipertensione o il diabete) – e con una situazione aggravata da questa ‘mancanza di allenamento”. 

L’epatite C | Il virus dell’epatite C (HCV) sembra avere una predilezione per le donne. Queste sono infatti più colpite degli uomini dall’infezione, che è una delle cause del tumore al fegato. Però, non solo rispondono di più al vaccino, ma il cancro ha dimensioni più ridotte, è meno aggressivo e progredisce più lentamente. Inoltre, sebbene si ammalino in media a un’età più avanzata, sopravvivono più a lungo, come conferma lo studio Ita.Li.Ca (Italian Liver Cancer) guidato dall’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna e pubblicato sull”American Journal of Gastroenterology‘. Il vantaggio non è dato solo da una minore esposizione ai fattori di rischio – primo fra tutti l’abitudine al bere – ma anche dai geni che regolano la risposta immunitaria. Molti di questi si trovano infatti sul cromosoma X, presente in doppia copia nelle femmine e solo in singola copia nei maschi. L’ipotesi è confermata dal fatto che l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva, malattie del fegato che colpiscono maggiormente le signore, hanno origine autoimmune. 

Il dolore | Uno studio epidemiologico svolto dall’Efic (Federazione Europea dei circoli Iasp) pubblicato sullo ‘European Journal of Pain‘, mostra che il dolore cronico in Italia interessa il 26 per cento della popolazione, di cui il 56 è rappresentato da donne. Sotto i 18 anni la patologia interessa il 19,5 per cento dei ragazzi e ben il 30,4 delle ragazze. Non solo la prevalenza, ma anche il tipo di dolore cambia tra i due generi. Emicrania, cefalea muscolotensiva, artrite reumatoide, fibromialgia sono tutti esempi di patologie dolorose molto più frequenti nel sesso femminile che non in quello maschile. Che invece sembra più predisposto a soffrire cefalea a grappolo. Tra le cause, ancora una volta gli ormoni. La prova è arrivata da uno studio italiano condotto da Anna Maria Aloisi dell’Università di Siena. Che ha dimostrato come gli animali maschi trattati con estrogeni diventano sensibili al dolore quanto le femmine. Allo stesso modo, in queste ultime la sensibilità diminuisce se si somministra loro l’ormone maschile testosterone. 

La memoria | Colpisce una donna su sei, e un uomo su dieci. Perché le donne vivono in media sei anni più degli uomini, e la patologia colpisce soprattutto gli over 65. Ma non solo: uno studio pubblicato a gennaio sul ‘Journal of Alzheimer’s Disease‘ dai ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam suggerisce che la menopausa precoce possa essere legata a un rischio più alto di sviluppare la malattia e che gli ormoni femminili possano giocare un ruolo determinante.  

E poi ci sono le differenze nella sintomatologia: i pazienti maschi presentano più spesso problemi comportamentali, con atteggiamenti non adeguati alle circostanze; dall’altra, le donne sembrano emotivamente più instabili e riportano deficit maggiori a livello del linguaggio, mostrando grande difficoltà quando devono attribuire un nome agli oggetti o un significato alle parole. E anche i pochi studi condotti sino a oggi sulle differenze di efficacia delle terapie nei due sessi mostrano risultati non completamente compatibili: alcuni indicano che gli inibitori delle acetilcolin-esterasi siano più efficaci nei pazienti maschi. 

 (Autore Tiziana Morioni)

4 Milioni di Italiani “malati” di sesso, gioco e lavoro

E come se non bastasse, uno studente su 3 è dipendente dal telefonino. E’ quanto emerge dai dati forniti dalla S.I.I.Pa.C, la Società Italiana Intervento Patologie Compulsive, che si occupa di guarire gli italiani da queste nuove ‘addictions’. Si tratta di vere dipendenze, alla stregua di quelle più classiche da droga e alcol. Il lavoro e il sesso sono quelle più diffuse tra gli italiani (il 6%), ma la dipendenza che si cura di più
è quella dal gioco (ne è colpita il 3% della popolazione). In questo caso, spiega la psicologa Florinda Maione, responsabile della sede S.I.I.Pa.C di Roma, tra le vittime ci sono anche giovanissimi, anziani e donne. Ma come gioco non si intende solo quello d’azzardo. “Si va dal gioco on line – spiega Maione – che è più alla portata dei giovani, che giocano riuscendo facilmente a tenere all’oscuro i genitori, al ‘gratta e vinci’ che è vietato ai minori ma questo si dice troppo poco”. I giovanissimi, tra l’altro, non esitano a fare scommesse in denaro. Le donne, spiega ancora Maione, “puntano piu’ su giochi come il lotto, il bingo e le slot machine”. Il risultato è sempre lo stesso: “Un danno economico – sottolinea la psicologa – ma anche una vita rovinata: il gioco, così come il sesso, influisce al punto da far perdere gli affetti e anche il lavoro”. Altra dipendenza ‘calda’, è quella chiamata ‘sex addiction’: ad avere questo problema, quindi, non sono solo i vip famosi da Tiger Woods a Michael Douglas (entrambi sono stati ricoverati in cliniche ad hoc), ma anche persone normalissime. L’esperta spiega: “Da una ricerca fatta da un’equipe di sessuologi su un campione d’età compreso tra i 20 e i 45 anni, il 6% è risultato dipendente dal sesso. In questo caso è la persona malata che si rivolge a noi – racconta – perchè ha un forte danno economico, considerando le cifre spese per prostitute e trans. Ma anche perchè queste persone sono così ossessionate dal sesso da non riuscire a dedicarsi ad altro: così perdono la moglie e anche il lavoro; è esattamente come per la dipendenza dalla droga. Nel caso della dipendenza dal gioco invece – prosegue la psicologa – sono i familiari a cercare un aiuto”. La S.I.I.Pa.C di Roma, spiega ancora Maione, nel caso della dipendenza da sesso “si preoccupa solo di fare i primi colloqui, ma poi li inviamo nella comunità che ha sede a Bolzano: lì il centro è sempre pieno. Il programma prevede 3 mesi di astinenza e giornate impegnate ora per ora”. Stesse percentuali per la dipendenza dal lavoro, una patologia più maschile: “In Italia è colpito il 6% e le categorie più a rischio sono i manager e i giornalisti. A livello mondiale – ricorda la psicologa – l’8% è risultato patologico e la graduatoria vede Usa al primo posto, a seguire Giappone e Israele”. Tra le nuove dipendenze patologiche, spicca quella dal telefonino: ad essere colpito è il 34,6% della popolazione studentesca nella fascia d’età compresa tra i 14 e i 21 anni. “Una nostra ricerca – sottolinea Maione – condotta su 424 studenti mostra un dato allarmante che dice che il 34,6% degli studenti non può fare a meno del cellulare”. Cosa significa? “Significa comportamenti compulsivi – risponde l’esperta – c’è chi non spegne mai il telefonino e manda 300 sms al giorno. Solo il 5,8% utilizza il cellulare in maniera corretta cioè per fare telefonate quando serve e spegnendolo all’occorrenza”. Infine, c’è una dipendenza tutta femminile, quella dai ‘sentimenti d’amore’: “Una ricerca effettuata su 475 donne tra i 18 e i 60 anni – dice la psicologa del S.I.I.Pa.C – mostra che il 2,5% delle donne soffre di comportamenti compulsivi: fa telefonate di controllo al partner o ruba la password per leggere le mail. Di fatto, fa in modo che alla fine accada ciò che temono, il tradimento o l’abbandono da parte dell’uomo”.


La vera guerra dei sessi è combattuta dai geni

I geni maggiormente utili ai maschi sono quelli più svantaggiosi per le femmine e viceversa. Eppure questo conflitto genetico fra i sessi è comunque di notevole importanza per conservare un buon livello di variabilità genetica all’interno di una specie. E’ questa la conclusione a cui è giunto uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Uppsala, che ne illustra i risultati in un articolo a prima firma Paolo Innocenti pubblicato sulla rivista on line ad accesso pubblico PLoS Biology.
I maschi e le femmine di molte specie hanno un aspetto molto differente gli uni dalle altre, e tali differenze si ritiene che si siano sviluppate nel corso dell’evoluzione perché i due sessi hanno necessità e strategie che non coincidono. Nel moscerino della frutta, per esempio, le femmine tendono a concentrare i loro sforzi nell’acquisire risorse che permettano una maggiore produzione di uova, mentre i maschi traggono beneficio dall’aumento del numero di accoppiamenti che incrementa le probabilità di fecondare con successo le uova.
Queste differenze danno luogo a un conflitto di interessi fra i sessi; dato però che ogni caratteristica di un individuo è in generale regolata dallo stesso gruppo di geni sia negli individui di un sesso che in quelli dell’altro, se ne può desumere che questo conflitto sia di fatto giocato anche a livello genetico.
Usando una combinazione di studi a livello comportamentale e di tecnologie di analisi genetica, Paolo Innocenti e Ted Morrow, coautore della ricerca, sono ora riusciti a chiarire alcuni aspetti del modo in cui i geni sono influenzati da questo tipo di conflitto.
“Il nostro studio mostra che i geni la cui espressione è di beneficio ai maschi, è di nocumento alle femmine e viceversa”, osserva Morrow.
Nel corso dello studio i ricercatori sono riusciti anche a individuare dove, nel genoma, si concentra questo conflitto, che in effetti coinvolge per lo più geni localizzati sul cromosoma X. Questi risultati indicano che non esiste un genotipo che sia ottimale per entrambi i sessi.

Fonte LeScienze

Il sesso non è uguale per tutti.

Questo è l’assunto che emerge da uno studio dell’istituto Kinsey per le ricerche su sesso, genere e riproduzione, in base al quale le definizioni che riguardano l’attività sessuale variano molto a seconda dei soggetti interpellati. Ciò naturalmente lascia avanzare dubbi e perplessità riguardo la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. I ricercatori americani – l’istituto ha sede nello stato dell’Indiana – hanno interpellato circa 500 volontari fra i 18 e i 96 anni, divisi equamente fra uomini e donne, ponendo ad ognuno la stessa domanda, vale a dire: “quando dite ‘ho fatto sesso’, qual è la cosa più intima che avete fatto?“. Stando ai risultati, la stragrande maggioranza – il 95 per cento – ha fatto riferimento al contatto fra pene e vagina, ma la percentuale scende di qualche punto in mancanza dell’orgasmo maschile. Il dato forse più sorprendente è che per il 30 per cento degli intervistati quello orale non è da considerarsi sesso, una percentuale che sale ancora di più per altri tipi di rapporti. In tal senso, si registra una differenza di interpretazione rilevante a seconda dell’età, nel senso che i soggetti più anziani, a differenza dei giovani fino ai 29 anni, sono meno propensi a definire sesso pratiche amorose che vadano al di là della penetrazione. Uno dei ricercatori, Brandon Hill, spiega l’importanza di questi risultati: “medici, genitori ed educatori devono stare molto attenti a non presumere che la loro definizione di sesso sia la stessa della persona con cui stanno parlando. Se qualcuno non considera certi comportamenti come sesso potrebbe non prestare attenzione ad avvertimenti ad esempio sulla salute. Se un medico chiede a un paziente quanti partner ha avuto, ad esempio nel caso di una malattia a trasmissione sessuale, la risposta potrebbe variare a seconda delle percezioni del soggetto”, il che potrebbe complicare o addirittura pregiudicare un corretto trattamento terapeutico. 

Fonte ItaliaSalute.it

Tumore al seno: l’agopuntura migliora sesso e qualità della vita

Non è solo efficace nel ridurre le vampate di calore nelle pazienti affette da tumore alla mammella: secondo uno studio statunitense dell’Henry Ford Hospital e pubblicato Journal of Clinical Oncology, l’agopuntura sortisce anche un miglioramento della qualità del sesso e migliora il senso di benessere nelle donne che soffrono di tumore al seno.

Una donna su otto sviluppa un carcinoma mammario nel corso della vita (dati National Cancer Institute). Per queste donne i trattamenti medici convenzionali comportano la chemioterapia e cinque anni di terapia ormonale. Il lungo trattamento farmacologico ormonale comporta diversi effetti collaterali, come i sintomi vasomotori – vampate di calore e sudorazioni notturne che possono diventare una delle principali cause di diminuzione della qualità della vita, e possono anche portare all’interruzione del trattamento. “L’agopuntura offre alle pazienti una sicura, efficace e durevole opzione di trattamento per le vampate di calore, che colpiscono la maggior parte delle donne che sopravvive al cancro al seno – conclude Eleanor Walker, direttrice del Dipartimento di Radioterapia dell’Henry Ford Hospital e principale autrice dello studio -. Rispetto alla terapia farmacologica, l’agopuntura ha molti benefici, senza effetti collaterali“.

Fonte SALUTE24.it

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Sesso senza limiti: la disfunzione erettile si cura con gli ultrasuoni

Niente più “pillole dell’amore”: per curare la disfunzione erettile adesso è possibile utilizzare le onde d’urto. Le stesse in grado di frantumare i calcoli renali: è quanto emerge da uno studio israeliano condotto dai ricercatori del Rambam Medical Center di Haifa guidati da Yoram Vardi.
Le onde d’urto, spiegano i ricercatori, stimolano la crescita di nuovi vasi sanguigni nella zona genitale, favorendo l’afflusso di sangue e, di conseguenza, migliori prestazioni sessuali. Lo studio è stato condotto su 20 uomini di 56 anni di età media con problemi d’erezione da almeno tre anni. Le disfunzioni erettili dei volontari, tutte di livello “moderato” o “lieve” – ovvero da 12 a 20 punti; in una scala di 30 punti, chiamata “indice internazionale di disfunzione erettile”, più basso è il punteggio, maggiore è il problema – alla fine delle tre settimane di trattamento con onde sonore a bassa intensità erano migliorate da 5 a 10 punti. “Un miglioramento di questo tipo, cioè oltre i 5 punti – spiegano gli studiosi – è considerato significativo”. Alla fine dell’innovativa cura, 15 dei 20 partecipanti allo studio sono stati in grado di continuare la propria vita sessuale senza fare più ricorso ai farmaci, e nessuno di loro ha subito effetti collaterali.
La nuova terapia si basa su una forma molto lieve di litotrissia: della tecnica, sviluppata più di 20 anni fa per il trattamento dei calcoli renali, sono state scoperte recentemente nuove proprietà legate alla salute dei vasi sanguigni. Le onde d’urto innescano infatti il rilascio del Vascular Endothelial Growth Factor (VEGF), sostanza che facilita la crescita di nuovi vasi.
Non solo calcoli renali e disfunzione erettile. Grazie a questa scoperta sulle proprietà delle onde, l’innovativa tecnica è attualmente allo studio da parte dei cardiologi per capire se e come potrà curare le malattie cardiache: l’applicazione più interessante, concludono gli studiosi, potrebbe risiedere nell’offrire un`ancora di salvezza per i pazienti troppo malati per sottoporsi all’intervento chirurgico di bypass al cuore, stimolando la crescita di nuovi vasi sanguigni nelle aree danneggiate.

Fonte SALUTE24.it


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