Posts Tagged 'Tumore ai polmoni'

La vitamina B riduce il rischio di cancro ai polmoni, anche nei fumatori.

Lo ha dimostrato uno studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association (Jama), secondo cui alti livelli di questa sostanza nel sangue si sono rivelati protettivi nei confronti del tumore tanto da ridurre la probabilità di esserne colpiti del 50 per cento. Lo studio ha esaminato 400 mila persone di 10 paesi europei, che erano sia fumatori che non fumatori che ex fumatori. Indipendentemente dal gruppo di appartenenza, i pazienti con alti livelli di vitamina B, che si trova naturalmente in alcuni cibi come noci, pesce e carne, hanno mostrato un numero ridotto di casi di tumore al polmone rispetto agli altri. “Questi risultati sono importanti, sia per capire il meccanismo alla base dello sviluppo del tumore sia per la prevenzione – ha spiegato Panagiota Mitrou del World Cancer Research Fund – ma è importante sottolineare che la vitamina non sostituisce lo smettere di fumare, che rimane il miglior mezzo di prevenzione del tumore“.

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Se la cura dipendesse dal sesso?

Gli studi dimostrano che le malattie dei maschi e quelle delle femmine sono diverse. Dall’infarto al tumore del polmone, al dolore. Ecco come cambiano le terapie.

E se le medicine fossero due? Prendiamo il farmaco più famoso al mondo, l’aspirina. E prendiamo l’uso che ne fanno decine di milioni persone nel mondo come strumento preventivo, per ridurre il rischio di infarto del miocardio. Milioni di ‘aspirinette’ deglutite ogni mattina da milioni di uomini e donne nel mondo. Giusto? Fino a un certo punto, perché un grande studio pubblicato da Todd Yerman della University of British Columbia, esaminando 23 sperimentazioni condotte per quarant’anni, ha scoperto che la terapia a base di aspirina potrebbe essere inutile nelle donne. E, quindi, che milioni di pillole vengono ingerite inutilmente col loro inevitabile carico di inutili effetti collaterali.

Il lavoro di Yerman è uno dei tanti che stanno cambiando le carte in tavola. Il fatto è che una stessa malattia può manifestarsi in modo molto diverso negli uomini e nelle donne, e le terapie possono essere del tutto dissimili. E se per secoli la scienza medica si è esercitata su un corpo-modello, nei fatti quello dell’uomo, migliaia di ricerche oggi indicano che le cose sono assai più complesse. E soprattutto che la ricerca clinica deve cambiare registro, cominciando a differenziare gli studi sui farmaci: lo sottolinea con forza il numero di marzo della rivista ‘Science‘, l’organo dell’American Association for the Advancement of Science che punta il dito sull’uso quasi esclusivo di cavie maschili nelle sperimentazioni precliniche che indagano come i farmaci vengono assorbiti dall’organismo e se sono sicuri. Per questo a ottobre, Padova ospiterà il secondo congresso nazionale sulla medicina di genere, organizzato dal Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere e dalla Fondazione Giovanni Lorenzini.

È una rivoluzione silenziosa quella delle due medicine, che va avanti da alcuni anni, accumulando evidenze scientifiche e dando anche indicazioni precise ai medici su come comportarsi. La racconta un libro in arrivo ‘Il Fattore X’ di Letizia Gabaglio ed Elisa Manacorda, con una prefazione di Marianne Legato. 

Ecco i risultati scientifici che hanno cambiato la faccia di molte patologie.

Lo stomaco | Cominciamo da una delle malattie più diffuse: sono due i tipi di ulcera che colpiscono il tratto digerente superiore, uno è tipico del sesso femminile l’altro del sesso maschile. Le donne sono più soggette all’ulcera gastrica (in cui la lesione si forma nello stomaco a causa dell’azione dei succhi gastrici), gli uomini soffrono soprattutto di ulcera duodenale (che interessa, cioè, il primo tratto dell’intestino). E la loro prognosi è peggiore: la probabilità che l’ulcera guarisca è maggiore nelle donne che non negli uomini. Grazie agli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi. In questo caso all’azione del progesterone, che inibisce la formazione dei succhi gastrici, si aggiunge anche quella degli estrogeni, che potenziano le difese della mucosa. 

I polmoni | La progressione del tumore al polmone, la mortalità, le reazioni alle terapie: sono tutti fattori che influenzati dal sesso, come mostrano i dati dall’Associazione Italiana Registri Tumori. E persino la sigaretta fa più danni nella donna che non nell’uomo, meno sensibile agli agenti cancerogeni. Non se ne conoscono ancora le cause, ma alcuni ricercatori stanno cercando di fare un po’ di luce. Carolyn Dresler dell’International Agency for Research on Cancer di Lione (Francia) ha trovato che una specifica combinazione dei livelli di due enzimi è legata a un maggior rischio di sviluppare il cancro al polmone, e che tale condizione è più pericolosa per il sesso femminile. Non solo: le donne portano più frequentemente degli uomini mutazioni genetiche che influiscono negativamente sia sul rischio di sviluppare la malattia, sia su alcuni meccanismi di riparazione del Dna. Ma è proprio questo deficit della macchina riparativa del Dna che paradossalmente aiuta l’organismo femminile a rispondere meglio ai farmaci: sia al platino, l’elemento più utilizzato nelle chemioterapie per i tumori al polmone, che alle terapie con erlotinib e gefitinib , due molecole che colpiscono il recettore del fattore di crescita epiteliale (EGFR). Tutte prove che dimostrano l’urgenza di indagare meglio l’efficacia dei trattamenti nella popolazione femminile. 

Il cuore | Gli ultimi dati pubblicati sul ‘Journal of the American Medical Association’ (Jama), a firma dei ricercatori della New York University School of Medicine (Usa), indicano che il rischio di morte per una sindrome coronarica acuta o un attacco cardiaco è superiore nelle donne che negli uomini. Così, in Italia, restano vittime di un attacco di cuore circa 33 mila donne ogni anno (cifra tre volte superiore a quella dei decessi per tumore al seno). “La protezione contro le malattie cardiovascolari conferita dagli estrogeni durante l’età fertile ha un prezzo”, spiega Maria Grazia Modena, direttore dell’Istituto di Cardiologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia: “Negli uomini, la malattia coronarica comincia prima, e questo dà loro la possibilità di adattarsi, rispondendo ai piccoli insulti ischemici con bypass naturali, piccoli passaggi laterali nei vasi sanguigni. Questo è un vantaggio, perché in caso di un attacco cardiaco, il loro organismo è in grado di attivare questi microcircoli secondari”. Con l’arrivo della menopausa, la donna si trova invece esposta improvvisamente a tutta una serie di fattori di rischio – ereditari, dovuti agli stili di vita (come fumo e stress) e fisiologici (come l’aumento del grasso addominale, l’ipertensione o il diabete) – e con una situazione aggravata da questa ‘mancanza di allenamento”. 

L’epatite C | Il virus dell’epatite C (HCV) sembra avere una predilezione per le donne. Queste sono infatti più colpite degli uomini dall’infezione, che è una delle cause del tumore al fegato. Però, non solo rispondono di più al vaccino, ma il cancro ha dimensioni più ridotte, è meno aggressivo e progredisce più lentamente. Inoltre, sebbene si ammalino in media a un’età più avanzata, sopravvivono più a lungo, come conferma lo studio Ita.Li.Ca (Italian Liver Cancer) guidato dall’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna e pubblicato sull”American Journal of Gastroenterology‘. Il vantaggio non è dato solo da una minore esposizione ai fattori di rischio – primo fra tutti l’abitudine al bere – ma anche dai geni che regolano la risposta immunitaria. Molti di questi si trovano infatti sul cromosoma X, presente in doppia copia nelle femmine e solo in singola copia nei maschi. L’ipotesi è confermata dal fatto che l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva, malattie del fegato che colpiscono maggiormente le signore, hanno origine autoimmune. 

Il dolore | Uno studio epidemiologico svolto dall’Efic (Federazione Europea dei circoli Iasp) pubblicato sullo ‘European Journal of Pain‘, mostra che il dolore cronico in Italia interessa il 26 per cento della popolazione, di cui il 56 è rappresentato da donne. Sotto i 18 anni la patologia interessa il 19,5 per cento dei ragazzi e ben il 30,4 delle ragazze. Non solo la prevalenza, ma anche il tipo di dolore cambia tra i due generi. Emicrania, cefalea muscolotensiva, artrite reumatoide, fibromialgia sono tutti esempi di patologie dolorose molto più frequenti nel sesso femminile che non in quello maschile. Che invece sembra più predisposto a soffrire cefalea a grappolo. Tra le cause, ancora una volta gli ormoni. La prova è arrivata da uno studio italiano condotto da Anna Maria Aloisi dell’Università di Siena. Che ha dimostrato come gli animali maschi trattati con estrogeni diventano sensibili al dolore quanto le femmine. Allo stesso modo, in queste ultime la sensibilità diminuisce se si somministra loro l’ormone maschile testosterone. 

La memoria | Colpisce una donna su sei, e un uomo su dieci. Perché le donne vivono in media sei anni più degli uomini, e la patologia colpisce soprattutto gli over 65. Ma non solo: uno studio pubblicato a gennaio sul ‘Journal of Alzheimer’s Disease‘ dai ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam suggerisce che la menopausa precoce possa essere legata a un rischio più alto di sviluppare la malattia e che gli ormoni femminili possano giocare un ruolo determinante.  

E poi ci sono le differenze nella sintomatologia: i pazienti maschi presentano più spesso problemi comportamentali, con atteggiamenti non adeguati alle circostanze; dall’altra, le donne sembrano emotivamente più instabili e riportano deficit maggiori a livello del linguaggio, mostrando grande difficoltà quando devono attribuire un nome agli oggetti o un significato alle parole. E anche i pochi studi condotti sino a oggi sulle differenze di efficacia delle terapie nei due sessi mostrano risultati non completamente compatibili: alcuni indicano che gli inibitori delle acetilcolin-esterasi siano più efficaci nei pazienti maschi. 

 (Autore Tiziana Morioni)

The verde protegge dal cancro al polmone!

La scoperta arriva da Taiwan ed è una buona notizia per tutte le persone che hanno un rischio più elevato di ammalarsi di cancro ai polmoni: sembra che bere the verde protegga dalla malattia. Ma attenzione, avvertono i ricercatori: questo non vuol dire che si può tranquillamente fumare e poi pensare di minimizzare i danni con una tazza di the verde. La ricerca taiwanese è stata condotta su 500 persone, fumatori e non fumatori; in entrambi i casi, bevendo almeno una tazza al giorno il rischio di cancro ai polmoni è risultato notevolmente diminuito. Il the verde è ottenuto dalle foglie essiccate della pianta asiatica Camellia sinensis ed e’ ampiamente consumato in tutta l’Asia. In questo continente l’incidenza di molti tumori e’ nettamente piu’ bassa che in altre parti del mondo ed e’ questo che ha portato gli scienziati a cercare una correlazione tra the verde e protezione contro il cancro. I test in laboratorio hanno dimostrato che i polifenoli estratti dal the verde possono fermare la crescita delle cellule tumorali. Gli studi sull’uomo hanno invece prodotto risultati non sempre coerenti e in alcuni casi non è stato dimostrato alcun effetto protettivo contro il cancro. Nel nuovo studio, diretto dal Dr. I-Hsin Lin, della Shan Medical University a Taiwan, le persone, fumatrici o no, che non bevevano the verde avevano una probabilità di più di cinque volte maggiore di ammalarsi di cancro ai polmoni rispetto alle persone che ne bevevano almeno una tazza al giorno. Tra i fumatori, quelli che non bevevano the verde per niente avevano una probabilità aumentata di più di 12 volte di sviluppare la malattia rispetto ai fumatori che ne bevevano almeno una tazza al di’. I ricercatori hanno anche analizzato il Dna delle persone che hanno preso parte allo studio e hanno scoperto che certi geni sembrano avere un ruolo nella riduzione del rischio. Chi consumava abitualmente the verde, indipendentemente dal fatto che fosse fumatore o no, e aveva certe forme di un gene chiamato IGF1, aveva una probabilità ancora più ridotta di sviluppare il cancro ai polmoni rispetto ad altre persone che bevevano il the verde ma avevano diverse forme dello stesso gene. Si conferma dunque, secondo l’equipe di Taiwan, che il the verde e’ un valido aiuto nel proteggere la nostra salute. Senza togliere che per ridurre il rischio di cancro ai polmoni (e di altre malattie) la prima regola resta “smettere di fumare”.

Fonte AGIsalute

Tumore ai polmoni anche senza fumo: colpa di una molecola

Una ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences è riuscita a isolare una molecola forse decisiva per l’insorgenza di cancro ai polmoni tra i non fumatori. Una scoperta che potrebbe essere il primo passo per lo studio di una cura specifica.

ricercaLa ricerca – Lo studio nippo-statunitense ha notato che la molecola microRna miR-21 si trova in quantità particolarmente elevate nell’adenocarcinoma che colpisce chi non ha mai fumato. Secondo i ricercatori non si tratterebbe semplicemente di un marcatore (come il Psa per il cancro alla prostata), ma di un vero e proprio fattore che contribuisce allo sviluppo del tumore.

“C’è ancora molta strada da fare – dice Len Lichtenfeld, dell’American Cancer Society – ma questo studio evidenzia la possibilità reale di un trattamento per non fumatori”. Opportunità ancora più importante se si considera che il cancro ai polmoni è tra i più ostici e che oltre il 10% dei malati non ha mai toccato una sigaretta.

Le non fumatrici più colpite – Per le donne che non hanno mai fumato, rivelava uno studio pubblicato su Lancet,  il rischio di ammalarsi di cancro ai polmoni è maggiore rispetto agli uomini. Quanto ai fumatori, lo studio non ha registrato evidenti differenze dNational Cancer Institute di Rockvillei genere: per gli uomini e per le donne che fumano, infatti, il rischio sviluppare il cancro ai polmoni è molto simile. Il fumo non fa differenze di genere:  che sia un uomo o una donna, spiegano i ricercatori del National Cancer Institute di Rockville, chi fuma due pacchetti di sigarette al giorno ha probabilità 50 volte maggiori di morire per un cancro ai polmoni rispetto a chi non fuma.

Un esame delle urine predice nei fumatori il tumore al polmone

fumatoreTutti dovrebbero smettere di fumare, ma qualcuno dovrebbe farlo prima degli altri. Ci sono dei fumatori, infatti, più sfortunati e maggiormente esposti al tumore al polmone. Per capire se si fa parte della schiera e se i polmoni sono a rischio, da oggi potrebbe bastare un esame delle urine. Un gruppo di ricercatori ha infatti sviluppato un test in grado di svelare un mistero che resiste da tempo: perché il cancro ai polmoni affligge alcuni fumatori e non altri?

La spia nelle urine – La risposta definitiva non esiste, ma qualche indizio in più si fa strada e si chiama NNAL. In ogni caso, il punto di partenza è sempre lo stesso, spiegano gli studiosi, “il fumo aumenta fortemente il rischio”. Mancava una “spia” che individuasse la predisposizione personale e gli scienziati l`hanno presentata durante il Congresso del centenario dell’Associazione americana della ricerca sul cancro. NNAL è un metabolita “sentinella” e secondo Jian-Min Yuan e il suo gruppo di ricerca all’Università del Minnesota è un buon parametro per fare prevenzione, dato che, finora, l’analisi della “storia del fumatore non è stato un fattore in grado di predire il rischio-cancro in maniera adeguata”.

Il rischio sale fino a 8,5 volte – La rivoluzione arriva quindi in laboratorio. La presenza nelle urine della molecola è stata infatti osservata e studiata in un campione molto esteso di popolazione, circa 80 mila persone residenti a Shanghai e Singapore, tra le zone del pianeta con il più alto tasso di fumatori. Di oltre 50 mila sono state poi ispezionate ai raggi X vita e abitudini alimentari. Risultato, quattro micro-gruppi con destini molto diversi. A fare la differenza il livello del metabolita nelle urine. Rispetto a chi aveva i livelli più bassi, i gruppi con una presenza media mostravano una predisposizione più alta del 43%. Ancora peggio per i fumatori con i valori più alti: sono questi ad avere un rischio due volte maggiore di sviluppare il cancro. I componenti della quarta squadra, invece, se la passano davvero male e farebbero bene a smettere subito: l’effetto due in uno è davvero pericoloso, alti valori di cotinina associati a tassi alti di NNAL li predispongono 8,5 volte di più al rischio di cancro al polmone. Se non è una condanna a morte, poco ci manca.

 


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